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TRENTO. In Trentino ci sono sempre meno negozi, ma non necessariamente meno metri quadrati di vendita. È questo il dato che racconta meglio la trasformazione in corso nel commercio provinciale: le attività più piccole arretrano, mentre le superfici commerciali mostrano una maggiore capacità di tenuta. Un cambiamento che porta con sé una progressiva concentrazione dell’offerta e che assume caratteristiche diverse a seconda dei territori e dei settori.
Il quadro emerge dai dati della Camera di Commercio di Trento, presentati oggi, 31 agosto, alla Giunta dell’Associazione Commercianti al Dettaglio di Confcommercio Trentino. Numeri che, secondo le categorie, fotografano una tendenza ormai strutturale e rilanciano il problema della desertificazione commerciale, soprattutto nei centri più piccoli e nelle aree periferiche.
La riduzione riguarda in particolare gli esercizi di dimensioni contenute. Al contrario, la superficie complessiva destinata alla vendita registra una tenuta maggiore: il risultato è un mercato nel quale diminuisce il numero dei punti vendita mentre cresce il peso relativo delle strutture più grandi.
Non è soltanto una questione di organizzazione dell'offerta. Dietro la trasformazione ci sono anche nuove abitudini di consumo: meno tempo dedicato agli acquisti, maggiore concentrazione della spesa, ricerca di luoghi nei quali trovare più categorie merceologiche e ricorso sempre più frequente al commercio elettronico.
Gli effetti, però, non sono uguali dappertutto. Il turismo può sostenere la rete commerciale nelle aree caratterizzate da forti flussi di visitatori, garantendo una domanda aggiuntiva. Nei territori periferici e in quelli interessati dallo spopolamento, invece, la chiusura di un negozio rischia di avere conseguenze che vanno oltre il bilancio della singola attività.
È qui che si inserisce il tema del negozio di prossimità come presidio del territorio. «Non può essere considerato soltanto come un esercizio economico», sottolinea il presidente dell’Associazione Commercianti al Dettaglio Massimo Piffer. È, spiega, «una luce accesa, una presenza, un servizio, un punto di relazione e spesso un presidio di sicurezza». Quando un'attività chiude «non perdiamo semplicemente una partita Iva: perdiamo un pezzo di comunità».
La partita, dunque, non si gioca soltanto sul numero delle aperture e delle chiusure. Per Piffer occorre intervenire sulle condizioni che permettono alle piccole imprese di rimanere sul territorio. Uno dei nodi indicati con maggiore forza è l'accessibilità dei centri urbani, tema che comprende parcheggi, mobilità e possibilità di raggiungere i negozi.
«Tutti vogliamo città più belle, più vivibili e più sostenibili, ma non possiamo contemporaneamente dichiarare di voler difendere il commercio di prossimità e rendere sempre più difficile raggiungere i negozi», osserva Piffer. La richiesta alla politica provinciale e alle amministrazioni locali è di affrontare insieme «accessi, parcheggi, mobilità e attività economiche», con una riflessione «seria e pragmatica».
A pesare sulle imprese sono anche burocrazia, difficoltà nel reperire personale, costi energetici e riduzione dei margini. Il direttore generale di Confcommercio Trentino Massimo Travaglia sottolinea che formazione, innovazione e nuove tecnologie sono ormai indispensabili per restare competitivi, ma devono essere accompagnate da condizioni che permettano alle micro e piccole imprese di investire.
E proprio la dimensione delle imprese è un altro elemento centrale. Il tessuto commerciale trentino è composto in larga parte da microimprese, con esigenze finanziarie e capacità di investimento molto diverse da quelle delle aziende più grandi. «Se sbagliamo il parametro di partenza, rischiamo di costruire strumenti formalmente corretti ma sostanzialmente inutilizzabili», avverte Piffer parlando di norme, incentivi, strumenti finanziari e misure per la patrimonializzazione.
C'è poi una sfida destinata a diventare sempre più importante: il ricambio generazionale. Il passaggio di un'attività da una generazione all'altra richiede tempo e programmazione, perché non riguarda soltanto la proprietà dell'impresa, ma anche il trasferimento di competenze e responsabilità. Per Piffer occorre inoltre tornare a presentare l'imprenditoria come una possibilità concreta per i giovani: «Fare impresa significa anche costruire qualcosa di proprio, creare lavoro, scegliere, innovare».
Sul fronte tecnologico, l'associazione non considera invece possibile una contrapposizione tra commercio tradizionale e innovazione. E-commerce e intelligenza artificiale sono destinati a restare, e la questione diventa quindi mettere anche le piccole attività nelle condizioni di utilizzarli. «Pensare di fermare l’online o l’intelligenza artificiale sarebbe semplicemente assurdo», sostiene Piffer. Il rischio, piuttosto, è che la tecnologia allarghi ulteriormente il divario tra grandi operatori e piccoli commercianti.
A monte di tutte queste questioni resta il dato iniziale: la rete commerciale trentina si sta assottigliando, soprattutto nella sua componente più piccola. Il confronto tra Camera di Commercio e Confcommercio proseguirà con un'ulteriore analisi dei dati, destinata a tradursi in proposte per le istituzioni provinciali e locali. L'obiettivo dichiarato è evitare che la trasformazione venga semplicemente subita e fare del commercio di prossimità una parte delle scelte economiche, urbanistiche e sociali che riguardano il futuro dei territori.


