Ristoranti, tornano i clienti «Pochi, ma almeno si lavora Non è qui che ci si contagia»

di Daniele Benfanti

Voglia di lavorare da parte dei ristoratori, frustrati da un periodo natalizio in cui sono stato costretti pressoché all'inattività (salvo un residuale servizio d'asporto e a domicilio) e desiderio di tornare a mangiare fuori da parte dei trentini, anche in un giovedì di inizio gennaio.Lunedì mattina baristi e ristoratori manifesteranno la loro frustrazione con un'iniziativa in città.

Due variabili che si sono incrociate favorevolmente per chi ci ha creduto e ha deciso di riaprire i battenti. Già alle 7.30 del mattino i camerieri slegavano le sedie impilate fuori dai locali, per ripristinare i plateatici dei bar. Poi, alle 12, i primi clienti sono tornati nei ristoranti.

Alle 13 moderata soddisfazione al Forst di via Oss Mazzurana. Gaspare, responsabile di sala, commentava disincantato: «I tavoli al piano terra sono tutti pieni e anche qualche tavolo al primo piano. Non sono lavoratori, ma famiglie che hanno voluto concedersi un pranzo tipico. Per questo periodo è già molto».

All'ingresso, quattro giovani con diverse borse da shopping, reduci da acquisti in un negozio di articoli sportivi: «Siamo quattro amici della val Rendena – spiega uno di loro – e due di noi sono maestri di sci, senza lavoro in questo momento. Siamo venuti a Trento, visto che oggi si poteva, per i saldi e un pranzo insieme».

In piazza Duomo ha riaperto anche il «Te ke voi», cucina toscana. Il titolare, Mattia Secci , insieme alla moglie, Erika Manca , la vede così: «Chi fa impresa vuole lavorare. È una questione psicologica. Solo vedere anche alcuni tavoli riempirsi, ci ridà fiducia. C'è voglia di normalità: noi abbiamo fatto la spesa per questi due giorni di riapertura consentita, e poi vedremo. Certo, dieci mesi fa avevamo nove dipendenti e ora uno. Con l'asporto non campi. Io sono tornato in cucina e mia moglie dietro il banco, mentre prima solo amministravamo l'attività. Ci sono venuti incontro per l'affitto e anche i fornitori sono disposti ad aspettare un po' di più per i pagamenti. Così ci aiutiamo tutti».

«Solo con l'asporto rischiavo di perdere la mano…» scherza con amara ironia il pizzaiolo del Ristorante pizzeria Duomo in via Verdi. I titolari, Gianmario e Gloria Bottamedi , guardano la sala: «Quattro tavoli occupati alle 12.30. Meglio di niente. Abbiamo riaperto nella speranza di poter lavorare non a singhiozzo. Il giovedì, con il mercato, non lavoriamo mai tanto. Ci servirebbe poter aprire nei week-end. Vorremmo gridare con forza che i dati sui contagi hanno dimostrato che non è certo colpa dei ristoranti, rimasti chiusi per venti giorni, adesso. Facciamo come l'Alto Adige: riapriamo la sera, su prenotazione, anche con meno tavoli. Ma fateci lavorare!»

Un dipendente amministrativo dell'università si è concesso una pizza, con il buono pasto: «È stata una piccola gioia tornare al ristorante a pranzo». Roberta , della famiglia Antoniolli, che gestisce il ristorante al Vo', alle 14 ha ancora gente nel locale: «È andata meglio del previsto. Sono tornati i lavoratori. Certo, me li sono andata a cercare con comunicazioni mirate sui social».

Buona frequentazione anche alla Ca' dei Gobj in via Simonino: il menù è stato ridotto a sei opzioni per i primi e altrettante per i secondi e niente pizza. Ma le tre sale principali a ora di pranzo erano quasi a piena capienza.

Chiuso il Pedavena: riapre lunedì 11 («Salvo imprevisti» recita il cartello). La Grotta a fine gennaio.

Sbarrata la Cantinota e il Due Mori, che con ironia scrive sulla vetrina: «Se il governo ci lascia lavorare, riapriamo martedì 22. Speren!».

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