TRENTO. Ventitré richieste di «Progetto di vita» arrivate in Trentino dall’avvio della sperimentazione, due delle quali hanno già portato alla definizione di un piano personalizzato, con interventi concentrati su casa e lavoro. Sono i primi numeri emersi a Trento durante il convegno dedicato alla riforma nazionale della disabilità, che ha riunito al Campus Nest circa 200 professionisti, rappresentanti delle istituzioni, dei servizi e delle persone con disabilità.

La sperimentazione della riforma introdotta dal decreto legislativo 62 del 2024 è partita in Trentino alla fine di settembre 2025. A giugno 2026 le richieste di Progetto di vita erano 23, con oltre la metà presentate da persone con diabete. I primi due progetti sono stati realizzati a Trento e in Rotaliana e hanno riguardato in particolare gli ambiti della casa e dell’inserimento lavorativo.

Il «Progetto di vita» rappresenta uno degli elementi centrali della riforma: l’obiettivo è superare un modello basato prevalentemente sull’assistenza e costruire, invece, un percorso personalizzato che parta dai desideri, dalle capacità e dagli obiettivi della singola persona, coordinando servizi e sostegni necessari per raggiungerli.

La sperimentazione, nella sua fase attuale, riguarda tre categorie: autismo, sclerosi multipla e diabete di tipo 2. Dal gennaio 2027 la riforma dovrebbe entrare a regime ed essere estesa a tutte le tipologie di disabilità.

È questo il passaggio che il Trentino si prepara ad affrontare nei prossimi mesi, dopo una prima fase di sperimentazione sul territorio. Al centro del confronto organizzato dalla Fondazione Franco Demarchi e promosso dalla Provincia autonoma di Trento c’è stata infatti la necessità di trasformare i principi della riforma in strumenti concretamente utilizzabili dalle persone e dai servizi.

«L’obiettivo è superare ogni forma di assistenzialismo per mettere al centro i diritti, le aspirazioni e l’autodeterminazione delle persone», ha sottolineato l’assessore provinciale alla Salute, Politiche sociali e Cooperazione Mario Tonina, indicando nel 2027 la prossima tappa del percorso.

 

Il nuovo approccio richiede però un cambiamento anche nel modo in cui i diversi servizi lavorano tra loro. Sanità, sociale, scuola, formazione, lavoro, casa e Terzo settore sono chiamati a collaborare nella costruzione dei singoli progetti, evitando che la persona debba muoversi tra interventi separati e non comunicanti.

È proprio il superamento della frammentazione degli interventi uno dei nodi emersi dal confronto. Tra le questioni ancora aperte figurano il budget di progetto, i sistemi informativi, la gestione della privacy e alcuni aspetti legislativi.

La sfida, dunque, non riguarda soltanto l’applicazione di una nuova procedura. Il Progetto di vita punta a modificare il rapporto tra la persona con disabilità e il sistema dei servizi, spostando il baricentro dalle prestazioni disponibili ai bisogni e agli obiettivi individuali.

Durante il convegno è stata sottolineata anche la necessità che il progetto parta concretamente dai desideri e dagli obiettivi della persona, integrando competenze, responsabilità e risorse. Un principio che dovrà tradursi nella pratica quotidiana dei servizi e delle comunità.

I primi due progetti già realizzati rappresentano quindi un banco di prova per il modello trentino. Il passaggio decisivo sarà ora capire come estendere il sistema, quali risorse mettere in campo e come garantire che il percorso possa funzionare in modo omogeneo sul territorio.

Con l’entrata a regime prevista per gennaio 2027, la sperimentazione passerà così dalla fase iniziale a un’applicazione più ampia, coinvolgendo tutte le tipologie di disabilità. E proprio la capacità di costruire percorsi realmente personalizzati, senza lasciare soli né le persone né le famiglie nel rapporto con i diversi servizi, sarà uno dei principali banchi di prova della riforma.