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LEVICO. Il mondo provinciale diventa globale e perde se stesso. Da Bellano arriva la possibilità di capire il cambiamento degli ultimi anni: dal "piccolo mondo” alla omologazione degli apericena. In occasione di "Levico Incontra gli Autori", rassegna curata dalla Biblioteca di Levico Terme e da La Piccola Libreria, Andrea Vitali sarà presente venerdì 11 luglio alle ore 18.00 presso l'Installazione Sequoia nel Parco di Levico. L'autore presenterà i sui ultimi romanzi, "Il sistema Vivacchia” e “Il caso del povero Erasmo”. Medico di professione, Vitali ha esordito nel 1989 con "Il procuratore", aggiudicandosi numerosi premi e riscuotendo ampio consenso di critica e pubblico grazie al suo stile ironico e tenero, capace di affrontare con umorismo anche le storie più serie.
Dottor Vitali, i suoi romanzi, ci immergono in un'Italia d'altri tempi. Cosa la affascina maggiormente di quel periodo storico, dagli anni ‘20 ai ‘70 del 900, per farne lo scenario delle sue storie? “Mi intriga la vita in provincia di quell'epoca, il suo essere riflesso della metropoli. Mi piace spulciare gli archivi dei giornali locali, dove le "cronache del circondario" narrano fatti inverosimili ma veri. È un mondo affascinante dal punto di vista del costume, molto lontano dai nostri comportamenti attuali, quasi romanzesco. A volte, basta guardare le pubblicità dell'epoca o le delibere comunali per "annusare" il profumo di quel tempo. "La figlia del Podestà", ad esempio, è nata da una delibera incredibile su una linea aerea Bellano-Lugano, mai realizzata”.
La menzogna è un elemento centrale nelle sue opere. La finzione può essere una forma di adattamento o sopravvivenza o segno di fragilità sociale? “Per i protagonisti de "La profezia del povero Erasmo", la bugia è l'unica arma a disposizione per illudersi di un'altra vita. Come in una frase che mi ha colpito in "Romanzo Criminale": "noi non siamo capaci di inventare delle belle bugie, ma siamo in grado di inventare delle belle verità". I miei personaggi inventano verità e finiscono per crederci, ci si basano sopra. Reinventano la loro vita, che altrimenti sarebbe fatta di quasi niente, e la vestono di queste storie che si raccontano. Vivere sulla menzogna è una fragilità, ma anche una difesa quando non si trova altro. Questi personaggi ambiscono a una vita diversa, più mondana, ma non si danno gli strumenti per raggiungerla, mancano di volontà attiva. Aspettano che il successo arrivi come per magia.
C'è un elemento di destino o fatalità nei suoi scritti? Quanto l'individuo invece può agire liberamente sul proprio percorso? “È una domanda difficile. Penso alla concezione degli antichi Greci: il destino è fisso, ma il percorso per raggiungerlo è nelle nostre mani. Mimmo Valanga ne è un esempio lampante. Nonostante un guaio profondo, lui approfitta immediatamente di un colpo di fortuna per riprendere il controllo della sua vita e trovare una sua libertà d'azione. Esistono elementi imponderabili, colpi di fortuna, che segnano il progresso verso un fine”.
La sua provincia è un microcosmo: quasi un protagonista fisso dei suoi romanzi. Come la provincia può illuminare la vita contemporanea a livello globale? “C'è una differenza netta tra la provincia che ho conosciuto e quella attuale, quest'ultima molto più omologata ai costumi globali. Il mio riferimento narrativo si ferma agli anni '70, quando la provincia ha iniziato a cambiare. Quella di allora era un "mondo piccolo" con confini definiti, che spingeva all'inventiva, a crearsi una vita all'interno di quei limiti. C'era più stimolo a creare momenti di condivisione, rendendo la vita piacevole anche in un piccolo contesto. Oggi, invece, la necessità di convivialità sembra quasi una forzatura, come se la vita fosse una festa continua o un apericena”.
Quanto la sua esperienza medica, specialmente con la sofferenza e la fragilità umana, ha influito sulla sua capacità di osservare e raccontare l'animo umano?
“Tantissimo. Già all'università ero affascinato dalla psichiatria. Quella passione mi ha fornito gli strumenti, il vocabolario e l'atteggiamento per affrontare il rapporto interpersonale, fondamentale nella medicina di famiglia. Da questa esperienza ho tratto elementi sulla fragilità, la sofferenza e la malattia, ma mi sono concentrato soprattutto sulle esperienze collaterali. Queste mi hanno permesso di conoscere persone che, manipolate per il mio uso e consumo, sono diventate personaggi”.


