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TRENTO. La volontà di Olmo Paoletti era quella di fare divulgazione: un racconto informale della musica, scavando negli annali e portando, spesso, alla luce dei veri e propri reperti, con tutta l’emozione di chi ne è appassionato. Lo strumento per farlo? Quello più adatto ai social, i meme: dopo un passato tra Chiamarsi MC, storica pagina social dedicata al mondo del rap italiano, e uno sbocco calcistico in Suffering Fiorentina, pagina esclusivamente dedicata a meme sulla Viola, è arrivata la consacrazione definitiva. Olmo si propone come “un amico che ti consiglia musica”: Camicia Variopinta (@camiciavariopinta), il suo profilo Instagram, è un po’ come fare thrifting: non lo sai mai cosa puoi trovarci. Protagonista con Tony Pitony durante un panel pomeridiano del Poplar Cult, con lui si è parlato di musica, o meglio, della “sua” musica.
Di seguito l’intervista.
Partiamo dall’infanzia. In principio, musicalmente, cos’è stato?
Sono partito subito da piccolo con l’hip hop italiano. Il primo approccio è stato mio padre che mi fa ascoltare Fabri Fibra, con la wave di Turbe Giovanili, in parallelo - era il periodo degli iPod - ho scoperto anche i Guns’n’Roses. Per quanto siano due percorsi abbastanza commerciali, la strada dell’hip hop mi ha proposto una prospettiva unica: significava beccarsi con gli amici, fare casino, essere anche un po’ di nicchia. Da mamma, invece, ho preso la passione dei tempi per i Police, dei quali riconosco l’influenza musicale.
Da Fibra verso cosa ti sei spostato?
L’evoluzione musicale mi ha portato a Salmo, il mio primo concerto è stato un live dell’album Midnite, la data a Firenze. Ad ascoltare l’hip hop eravamo pochi, anche in classe, dove la spaccatura era chiara: poi con il tempo ci ha premiato.
Qual è stato il punto di svolta verso altri generi?
Il turning point è stato Giovanni Lindo Ferretti. Da papà ho scoperto l’ondata “sovversiva”, anche il punk: riconosco che sia difficile far passare ad un ragazzino il concetto corretto con certi tipi di musica, mi accorgevo di come mi mancassero i mezzi per capirla appieno, ma mi ha spinto ad entrare totalmente nella musica. Sia per l’impatto sonoro che per i testi, ma ancora di più per il carattere comunitario che può riuscire ad avere.
Quindi dalla componente “comunitaria” deriviamo l’interesse per la divulgazione?
L’attaccamento al pubblico mi ha sicuramente dato una prospettiva più ampia sulla musica, per farmi capire dov’è che volessi arrivare.
Dicci di più.
Verso l’apertura mentale, il più possibile. Penso all’hip hop: un pezzo può essere d’ispirazione per farti capire quanto la musica sia diversa, per andare anche più lontano. Ci sono reference al cantautorato, come citazioni dal cinema.
Come si è tradotto, in concreto, questo interesse?
Tutto è cominciato dalla community del rap italiano, quando avevo già sviluppato un interesse per la scena americana. Mi sono scoperto interessato allo studio e già dalle superiori mi sono avviato verso la scrittura: mi sono appassionato al cantautorato italiano, da quelli più mainstream fino ai più profondi come Claudio Lolli, Fausto Rossi e Piero Ciampi. C’è stato un momento alle superiori in cui ascoltavo tutto quello che mi capitava sottomano: da Pitbull e i brani più commerciali di sempre, allo spessore musicale di Brian Eno e il suo deep ambient. L’importante era avere la vibrazione giusta, conforme a quello che mi piaceva ascoltare. Poi è diventato un lavoro, che vorrei diventasse ancora di più “un lavoro”.
In cosa sei impegnato al momento?
Lavoro per un’agenzia creativa, propongo idee social, piani editoriali, ma mi piacerebbe portare il tutto magari in radio, proponendo interviste e, perché no, in tv. Con Camicia Variopinta si è creata una community molto forte, super aperta, senza che si creino discussioni. Chi commenta consiglia a sua volta album, sempre alternando ai meme.
Parliamo di meme. Come parte la spinta verso quello che è, ormai, il modello comunicativo più stabile delle ultime generazioni?
Comincia tutto con Suffering Fiorentina (@sufferingfiorentina), realizzavo meme già nel gruppo Facebook di Chiamarsi MC, che era una forma di comunicazione capace di veicolare diversi messaggi, ma allo stesso tempo proporli ad un pubblico più ampio: chiaramente il focus era sul contesto italiano, poi ho pensato di provare ad aprire una pagina “mia”. L’ispirazione viene da As Roma Schickposting (@asroma_schickposting): chiaramente ho adatto il modello alla Fiorentina. Poi ha funzionato, ho pensato: “Perché non portare la musica su questo piano?”, quindi Camicia ha fatto lo stesso con un passo naturale: si parla di musica. C’è stato un passaggio naturale verso il parlare in prima persona, è un po’ come avere un amico che ti consiglia.
Vedi la possibilità di un’evoluzione al format che proponi? Com’è stato il salto tra un approccio e l’altro?
Non credo ci saranno passaggi ulteriori: un paio di volte a settimana i meme, per il resto consigli per la community. C’è stata tanta paura all’inizio, i video avrebbero potuto floppare, ma è proprio dagli sbagli che si impara: se hai una visione, solo se la persegui puoi perfezionarti. L’idea, per un possibile cambio di piattaforma, sarebbe quella della radio: è uno strumento che potrebbe andare di pari passo con i social, permettendo comunque ad un pubblico ampio di scoprire nuova musica anche casualmente, accendendo la radio e ascoltando dei consigli, ma anche per il carattere più “libero” e spontaneo rispetto ai nuovi media.
Parliamo, effettivamente, di musica: i tuoi guilty pleasure?
Zucchero è il mio guilty pleasure, è così fuori da quello che propongo, dai miei consigli abituali. Un altro ancora è Lady Gaga: ho ascoltato tutta la discografia nell’ultimo mese, album come Joanne e l’impatto che hanno avuto nel pop sono dei 10/10. Sono stato in fissa, di recente, anche con pezzi più commerciali come Alejandro.
Artisti che non vedi l’ora di sentire invece al Poplar?
King Krule mi gasa, Camoufly è un outsider fortissimo, ha suonato anche con Fred Again di recente, ma anche Altın Gün, la mia quota bar mediterraneo. Anche l’Impératrice è davvero forte. Devo includere anche Tony Pitony, con cui ho condiviso il palco durante il Poplar Cult: per un evento simile è perfetto, riesce in dei tempi comici così naturali che lo rendono un “animale da talk”, nonché per la sua capacità di satira musicale.
Artisti che invece vorresti vedere al Poplar in futuro?
Brian Eno, potrebbe essere lontano dal format ma è un sogno. Per la quota rap dico Freddie Gibbs. Proseguo con gli IDLES, il fortissimo 18K e chiudo con un fantasmagorico Masayoshi Takanaka.
( Foto Poplar Cult - @poplar_cult )


