TRENTO – Un viaggio ironico, poetico e imprevedibile nel mondo dell’infanzia. E’ quello proposto da Paolo Ruffini insieme a tre bambini, Isabel, Leonardo e Nicholas, nello spettacolo “Il babysitter. Quando diventerai piccolo capirai”. Uno show, proposto il 23 giugno in Piazza Fiera in un appuntamento organizzato da Radio Dolomiti, diretto da Claudia Campolongo che firma anche le musiche dal vivo, con il suo pianoforte, nato dall’omonimo podcast di successo ideato e condotto dall’attore e conduttore radiofonico e televisivo livornese.

Paolo Ruffini, “Il babysitter” ha le sue radici nel tuo noto podcast: quando ha capito che poteva diventare il cuore di uno spettacolo?

“La trasformazione del podcast in spettacolo è venuta un po’ da sé, volevamo capire cosa accadeva se la spontaneità, l’estemporaneità, il valore che i bambini hanno fossero trasferite in uno show. L’anno scorso ha avuto molto successo, quest’anno lo abbiamo trasformato un po’ perché siamo convinti che uno dei valori più belli che emergono dalle conversazioni con i bambini è la loro capacità di avere fede, di credere che da adulti si perde. Gli adulti non credono più nemmeno alla realtà, a quello che vedono e infatti si inventano mondi virtuali per anestetizzarsi o per credere in qualcos’altro, in qualcosa di più artificiale”.

Nel suo lavoro hai spesso alternato comicità ed emozione: in questo spettacolo qual è il confine tra la risata e la riflessione?

“La risata e l’emozione sono le stesse che portano i bambini che sono persone che non distinguono molto. Sono portatori sani di emozioni senza giudicarle. Ad esempio, quando piangiamo da grandi diamo ci vergogniamo quasi, invece i bambini no, per loro le emozioni sono normali e non c’è molta distanza tra la risata e il pianto. A volte succede che qualche bambino gioca e corre, poi inciampa, si fa male e piange. Sono emozioni che durante lo spettacolo si rincorrono continuamente”.

I bambini qui sembrano avere molto da insegnare agli adulti: secondo lei qual è la lezione che gli adulti tendono a dimenticare più facilmente?

“La gratitudine. Gli adulti dicono sempre ai bambini “come si dice?” e loro rispondono “grazie”. Molto spesso la insegniamo ai bambini ma ci dimentichiamo di impararla di nuovo. E poi anche il vivere il presente. I bambini vivono nel qui e ora, nel continuo divenire e noi molto spesso ci pre-occupiamo, cioè ci occupiamo delle cose prima che accadano in futuro e invece dovremmo goderci di più il qui e ora”.

La chiosa nel titolo di Babyitter, “1uando diventerai piccolo capirai", sembra suggerire che crescere non significhi necessariamente diventare più saggi: si tratta di una provocazione o una convinzione personale?

“Una convinzione personale legata al fatto che il nostro bambino interiore probabilmente ha bisogno di avere più rassicurazioni. Non ha la patente, non può guidare la nostra macchina, quindi dobbiamo cercare di rassicurarlo e fare in modo che gli inquinamenti esterni che abbiamo vissuto durante la nostra crescita come la malizia possano non rovinare quella purezza infantile che avevamo che ci faceva credere che il mondo fosse bello, i genitori imbattibili e che potesse esistere quell’amore incondizionato che andiamo cercando e che non troviamo”.

Se dovesse descrivere Il Babysitter come un viaggio, quale sarebbe il punto di partenza e quale il punto d'arrivo per lo spettatore?

“Il punto di partenza sono i ricordi, riuscire a partire dal proprio passato per arrivare al proprio presente. Il passato sono i ricordi dell’infanzia, dei propri genitori, di questi due eroi che poi da grandi abbiamo scoperto essere fallibili. Il punto di arrivo è il presente, questo momento storico e parafrasando un bambino di undici anni che mi ha detto una cosa bellissima quando gli ho chiesto “hai paura di crescere?” rispondendomi “mi manco”. Noi ci manchiamo continuamente perché ci manca la nostra parte incantata”.

Cosa la diverte di più nel portare in scena questo show?

“Definisco i bambini delle persone basse, sono esseri umani che hanno un punto di vista completamente diverso da quello di persone con cui mi confronto tutti i giorni. Non sono banali, sono molto più interessanti e questo mi entusiasma molto, è quello che mi ha portato a voler lavorare con loro, sono compagni di viaggio fortissimi, hanno una grande energia e questo mi piace, hanno un modo di stare sul palco molto più interessante di tanti colleghi”.