TRENTO. Un reading-concerto ispirato all'universo immaginativo, letterario e sonoro scelto da Pier Paolo Pasolinicome cornice delle sue opere. È quello proposto da Massimo Zamboni, figura di rilievo del rock italiano con i CCCPe i CSI, ma anche scrittore, in "P.P.P. – Profezia è Predire il Presente", in programma l'11 luglio al Teatro Capovolto di piazza Cesare Battisti. Ne abbiamo parlato con il chitarrista emiliano.

Massimo Zamboni, in "P.P.P. – Profezia è Predire il Presente" lei non racconta soltanto Pasolini ma sembra quasi metterlo in dialogo con il nostro tempo: qual è la profezia pasoliniana che oggi la inquieta di più?

«Ce ne sono un paio: la prima riguarda il nuovo fascismo che lui considera peggiore di quello precedente, arrendersi all'idea di consumismo che azzera tutto e rende tutto simile, omologato, senza passato e futuro, con un presente fatto di oggetti che ci possiedono e pura imitazione di valori che io trovo assolutamente disumani. L'altra è quella del fascismo vero e proprio: nel 1954 si imbatte in un comizio neofascista a Roma e ne rimane terrorizzato, sconvolto. "Li pensavamo morti e ci sentivamo vivi". Al contrario ci troviamo davanti a questo scenario già nel 1954, di cui cogliamo oggi tutta l'attualità e il dramma».

Lo spettacolo parte dal Friuli e dalla lingua friulana, una scelta insolita in un'epoca dominata dall'omologazione globale. Perché ha ritenuto necessario ripartire proprio da una lingua "minore"?

«Abbiamo cercato di ricostruire un percorso anche cronologico all'interno della sua vita e del suo cammino intellettuale. Anche se nato a Bologna, sappiamo quanto sentisse il Friuli come patria, terra e lingua. Partire da qui sembrava il modo per attestare il punto di partenza e, in un certo senso, anche il punto di arrivo, perché la casa è il luogo del ritorno. Tra l'altro il Friuli appare nel primo libro di Pasolini che ho comprato cinquant'anni fa, "Il canzoniere", una raccolta di poesie popolari dell'altra Italia, in cui indagava, raccoglieva e dava un ordine a questa grande tradizione popolare che sentiva in velocissima estinzione».

Pasolini parlava di una trasformazione antropologica degli italiani: se fosse seduto oggi in platea, cosa pensa direbbe?

«Noi ci siamo rodati pian piano a questo sistema ma, se lui dovesse risorgere e trovarsi in questo mondo, credo che desidererebbe tornare indietro. Solo a livello antropologico, questi visi disegnati, queste labbra protese, queste irrealtà nei tratti del volto umano, questo culto di una giovinezza eterna, terrorizzati da quello che può avvenire perché non si sa nulla del passato e si pensa al futuro solo in termini di carriera e guadagno, credo che per lui sarebbe stato davvero inconcepibile».

Nel testo dello spettacolo compare l'idea di una "speranza pre-politica". È un concetto molto forte. Oggi vede ancora luoghi o comunità capaci di generare quella speranza?

«Sì, l'Italia è un Paese che sta in piedi grazie al volontariato e questo è l'unico sintomo di speranza che abbiamo, perché se dovessimo esaminare i grandi numeri si aprirebbero scenari terribili».

Pasolini è spesso citato da tutti e compreso da pochi: qual è per lei il fraintendimento più diffuso che vede oggi attorno alla sua figura?

«Il fraintendimento è quello di renderlo una figura univoca. Adesso si tende sempre a incasellare, ma lui è sfuggente: bisogna accettare il suo essere multiforme e contraddittorio, che nessuno è riuscito a ingabbiare. Nemmeno io ci sono riuscito. Mi rendo conto della parzialità del mio testo, del mio accostarmi a lui. Ci sono tratti suoi che trovo lontani da me ma che pure esistono e danno il senso della complessità di questa figura, straordinaria come intellettuale e come uomo. Credo che sulle sue più grandi opere poetiche ci sia la sua figura, il suo fisico, la sua faccia scavata, il suo sguardo, questa voce così flebile rispetto alla potenza del pensiero».

Quale musica attraversa questo spettacolo?

«Sono una serie di canzoni semiacustiche che, nel confronto con Pasolini, hanno trovato un nuovo punto di riferimento, mentre prima si riferivano ad altro. È come se la sua capacità magnetica di attrazione avesse dato una vita nuova a queste canzoni. Ci sono brani miei, come un paio di canzoni di Giovanna Marini, ma tutte vengono riqualificate e rivitalizzate sotto il suo cappello. Ci sono anche canzoni che non ho avuto il coraggio di pubblicare per anni, come "Tu muori". È una canzone terribile: l'avevo in mente da anni, era già pronta nella mia testa, ma avevo bisogno di declinarla sul corpo di Pasolini, che veniva ucciso, perché non potevo buttarla fuori così, solo per amore della musica o del testo. Ci voleva un motivo preciso, molto dirompente e molto forte come questo».

L'estate rock italiana celebra il ritorno dei CSI.

«Lo vivo in maniera molto rilassata, sapendo che non vanno confusi i CCCP con i CSI: sono due cose molto diverse. Le canzoni, secondo me, sono ancora straordinarie, la compagnia è buona e il tempo di frequentazione è breve: sono tutti ingredienti che si migliorano a vicenda. Non vorrei mai ripartire con i CSI. Io ho le mie cose e tutti gli altri hanno le loro, però concedersi a vicenda è molto importante, secondo me».