RIVA. Considerato uno dei migliori pianisti della sua generazione, con tredici album registrati come leader, Joey Calderazzo ha percorso la strada da bambino prodigio a membro d'élite dei migliori ensemble jazz. Ha accompagnato i geni della musica, da Michael Brecker e Branford Marsalis a Jack DeJohnette e Dave Holland.

Sarà lui il protagonista del concerto di domenica 2 agosto al Palacongressi di Riva del Garda, ore 21, per il Garda Jazz Festival. Accompagnato da Orlando Le Fleming al contrabbasso e da Donald Edwards alla batteria, Calderazzo esamina materiale originale e cover scelte in un'esibizione dal vivo ispirata dal suo approccio prodigiosamente ampio al jazz dove incarna il blues swingante, il post-bop, il jazz tradizionale e l'improvvisazione che esplora i confini.

Joey Calderazzo, inizierei dal live che proporrà al Garda Jazz Festival: quali forme avrà?

“È il mio trio, con Orlando Le Fleming al basso e Donald Edwards alla batteria; è quella parte della mia vita musicale in cui posso rilassarmi e semplicemente suonare. Non seguiamo una scaletta rigida :peschiamo qualcosa dall'album Cotton Club, attingiamo al mio repertorio, eseguiamo uno o due standard che amo e vediamo dove ci porta la serata. Quindi, onestamente, non so dire esattamente che forma prenderà il concerto, ed è proprio questo il bello. Suoniamo dei brani, l'improvvisazione è l'elemento centrale e molto dipende dall'ambiente e dal pubblico Venite aspettandovi la band più che un programma prestabilito: un po' di questo, un po' di quello e, si spera, qualcosa che nessuno di noi abbia mai suonato esattamente in quel modo prima d'ora”.

Il trio è una formazione essenziale, dove ogni musicista è chiamato a esporsi senza filtri: che cosa cerca oggi nel dialogo con i suoi compagni di palco e quanto spazio lascia all'improvvisazione durante un concerto?

“Grandi orecchie. È questo che cerco. Con Orlando e Donald posso andare ovunque e loro sono lì con me: non c'è bisogno di preparare troppo le cose. Manteniamo le strutture volutamente aperte per avere margine di manovra, e tutti sono più concentrati sull'ascolto che sull'attesa del proprio turno. Quanto spazio lascio all'improvvisazione? Praticamente tutto. L'improvvisazione è l'essenza stessa di questa band, non solo una sezione a metà brano. Certe sere portiamo uno standard verso territori inesplorati, direzioni che nessuno di noi aveva previsto. Risultati del genere si ottengono solo grazie alla fiducia reciproca, una fiducia che si conquista suonando insieme per anni”.

La sua carriera attraversa ormai oltre tre decenni di storia del jazz: guardandosi indietro, c'è un momento in cui ha capito di aver trovato davvero la sua dimensione come pianista e compositore?

“C'è stata una vera svolta intorno al 1997. Ho trovato un senso del tempo più libero, ritmi diversi, un aspetto più lirico nel mio modo di suonare: mi sono allontanato da quel suono alla McCoy Tyner su cui facevo affidamento in precedenza. Il mio tocco è migliorato, così come la qualità del suono del pianoforte, e da lì è stato un continuo progresso. Non saprei dire esattamente perché. Passi sei o settecento ore all'anno al pianoforte e succede qualcosa. È stato proprio nel periodo in cui ho registrato *Tales From The Hudson* con Michael Brecker; poi Kenny Kirkland è venuto a mancare e sono entrato a far parte della band di Branford. È stato allora che ho smesso di cercare di dimostrare di essere "alla moda" e ho iniziato semplicemente a suonare ciò che sentivo dentro. È stato allora che il mio suono ha iniziato a rispecchiare davvero chi sono”.

Da dove è nata la sua passione per il pianoforte?

“Sono cresciuto a New Rochelle in una famiglia di musicisti e ho iniziato a studiare pianoforte classico a otto anni. Mi esercitavo cinque ore al giorno — Bach, gli studi di Chopin — ed ero piuttosto bravo, ma la verità è che non lo amavo. Quasi vorrei che qualcuno mi avesse costretto a insistere più a lungo con la musica classica. La vera passione è nata quando, a quattordici anni, ho scoperto il jazz. Nel momento in cui l'ho incontrato, ne sono rimasto conquistato: tutto il resto è passato in secondo piano. Già ai tempi della scuola superiore suonavo in jam session e concerti a New York con musicisti del calibro di Frank Foster e Dave Liebman. È lì che è scoccata la scintilla: non nello studio, ma nell'improvvisazione”.

Lei ha condiviso il palco e lo studio di registrazione con giganti come Michael Brecker, Branford Marsalis, Jack DeJohnette e Dave Holland: qual è l'insegnamento più prezioso che questi grandi musicisti le hanno lasciato, sia sul piano artistico sia umano?

“La lezione più importante che ho ricevuto da Mike non è stata nemmeno di natura musicale: mi ha fatto da guida come persona. Nei vent'anni in cui ci siamo conosciuti, credo non siano passati tre giorni senza che ci sentissimo. Quando hai un bandleader che si prende cura di te in quel modo, capisci di avere a che fare con una persona speciale. Mi manca ogni giorno. Dal punto di vista artistico, ciò che tutti loro mi hanno insegnato è che la buona musica non nasce dalle parole. In particolare con Branford, abbiamo sviluppato un modo di suonare da vero gruppo, e alcuni dei nostri arrangiamenti migliori sono scaturiti da errori in cui ci siamo imbattuti per caso. La lezione, quindi, è questa: tieni le orecchie aperte, non intralciare il flusso naturale delle cose e fidati di ciò che accade sul palco”.

I suoi dischi raccontano un'evoluzione continua, senza mai perdere una forte identità. Quando compone o prepara un nuovo progetto, parte da un'idea precisa oppure preferisce lasciarsi guidare da ciò che accade durante il percorso creativo?

“Lascio che le cose prendano forma da sole. Quando realizzo un disco, si parla davvero poco: inizi a suonare e tutto si sviluppa spontaneamente; poi, continuando a suonare, subentra qualche cambiamento. Alcuni degli arrangiamenti che preferisco non erano affatto pianificati: li abbiamo scoperti quasi per caso.Ti faccio un esempio: arrivo in studio con solo pochi brani già pronti e, se serve una ballata, mi prendo un'ora per scriverla; ne registriamo una sola take ed è quella che finisce nel disco. L'identità di cui parli non è qualcosa che impongo deliberatamente: è semplicemente ciò che emerge quando smetto di forzare la mano. Sono un tipo irrequieto, quindi sono sempre alla ricerca della novità successiva, anziché ripetere ciò che ho già fatto”.

In un'epoca in cui la musica viene spesso consumata rapidamente, il jazz continua a richiedere ascolto, tempo e attenzione. Crede che questa possa diventare una forza, più che un limite, per avvicinare nuovo pubblico?

“Credo che sia un punto di forza, sì. Gran parte della musica di oggi è pensata per essere ascoltata distrattamente mentre si fa altro. Il jazz, invece, ti chiede di sederti e di essere davvero presente; penso che la gente abbia sete di questo, anche se non sempre ne è consapevole. E poi c'è un altro aspetto: non deve per forza sembrare un compito scolastico. Quando il mio trio suona, la gente batte il piede a tempo, apprezza la musica, si diverte. È così che si crea il legame. Non conquisti un nuovo pubblico facendo loro una lezione sulla tradizione; lo conquisti suonando con swing e invitandolo a condividere quel momento con te. L'attenzione arriva spontaneamente, una volta che percepiscono tutto questo”.

Il Garda Jazz Festival porta artisti internazionali in uno dei luoghi più suggestivi del Trentino: quanto conta, per lei, il contesto in cui si esibisce?

“È un aspetto fondamentale, perché gran parte di ciò che facciamo è spontaneo. La sala, il pubblico, l'atmosfera del luogo: tutto questo alimenta ciò che la band esprime quella sera. Una cornice suggestiva predispone le persone in un certo modo, e questa sensazione arriva anche a noi sul palco. Il pubblico italiano è sempre stato tra i miei preferiti: la gente ascolta davvero e non esita a farti capire quando qualcosa la emoziona. Quando senti questa sintonia con la sala, ti senti più libero di osare. Perciò, un luogo come Garda non è solo uno sfondo; diventa parte integrante della musica”.

Lei ha attraversato epoche molto diverse dell'industria musicale, dal disco fisico allo streaming: che cosa pensa sia cambiato nel rapporto tra il musicista e il pubblico?

“Il settore è cambiato enormemente. Agli inizi della mia carriera, nel giro di un anno da quando iniziai a suonare con Michael Brecker, tutte le case discografiche mi corteggiavano; quel modello, ormai, è praticamente sparito. Un tempo i dischi erano l'elemento centrale; oggi sono più che altro un biglietto da visita. Tuttavia, questo ha reso le esibizioni dal vivo ancora più preziose, non il contrario. Il concerto è l'unica esperienza che non può essere compressa o trasmessa in streaming: non si può scaricare ciò che accade in sala, in una determinata serata, tra la band e il pubblico. Per me, è sempre stato lì che risiede la vera musica. Dal vivo ti metti in gioco, suoni e poi tutto svanisce. È ancora la cosa più autentica che facciamo”.