TRENTO. Ha un titolo insieme curioso e suggestivo come “Darwin Nevada” il nuovo spettacolo di Marco Paolini, ideato insieme a Niles Eldredge, James Moore e Francesco Niccolini, per la regia Matthew Lenton in scena al Teatro Sociale dal 20 al 23 febbraio per la Stagione del Centro Servizi Culturali S.Chiara. Una pièce ambientata in una città mineraria degli Stati Uniti ai margini del nulla nel deserto del Mojave, legata al biologo e naturalista Charles Darwin “di mezzo” come lo definisce l’autore che condividerà il palcoscenico con Clara Bortolotti, Cecilia Fabris, Stefano Moretti e Stella Piccioni. Ne abbiamo parlato con l’attore e drammaturgo bellunese.

Paolini, da quali presupposti ha preso forma Darwin Nevada?

“Oggi mi pare chiaro una specie di distacco dalla scienza legato a vari motivi come l’evento pandemico o il cambiamento climatico che determinano gli allarmi degli scienziati come una specie di fastidioso insegnamento del professore a scuola. Con Darwin abbiamo scelto di raccontare la genesi di una rivoluzione scientifica. Il momento in cui un’idea nuova si forma nella testa e cozza con quello che sapevi già. E’ il cammino della ricerca, del cosiddetto metodo scientifico che per anni Darwin pratica in silenzio senza parlarne quasi con nessuno”.

Il suo è anche l’esercizio del dubbio?

“Sì, ed è un aspetto che mi affascina molto questo, l’esercizio legittimo del dubbio, di un’indagine, di un pensiero laico. Non credo che si debbano cercare sicurezze consolanti nella scienza, gli scienziati danno delle informazioni, spiegano la situazione poi sta alla politica agire, scegliere quale strada percorrere”.

Il suo Darwin è una sorta di antieroe: perché?

“Darwin non era un amante della leadership ma una persona dal carattere schivo. Tenace nel suo lavoro ma quasi poco interessato a difenderlo lasciando ad altri il compito di farlo. In questo senso Darwin è un antieroe. Lui non è una figura “preparata” per andare sulla scena come protagonista ma piuttosto una persona che starebbe bene nel coro. Ad un certo momento diventa il protagonista del suo tempo in una scena scientifica piena di persone che ambivano ad esserlo in un dibattito spesso furioso come quello di oggi sul fine vita o sulla transizione ecologica”.

Lei ha affermato che gli avversari di Galileo, protagonista del suo precedente spettacolo, sono ben identificabili al di fuori di lui, mentre la vicenda di Darwin è più spigolosa: perchè?

“Intanto perché l’avversario principale di Darwin è lui stesso, è dentro di lui. Darwin è sia l’avvocato dche il cappellaio del diavolo. Mentre lui lavora è come se immaginasse già le opposizioni ai suoi argomenti e cercando di rispondere a questo in qualche maniera lima certe cose o le prende di petto sapendo che comunque non ha trovato la risposta convincente nemmeno per lui. Così si premura di dire che quel problema si risolverà dopo e non pregiudica il resto della sua idea”.

Quindi è assai diverso dallo scienziato italiano?

“Galileo era un rullo compressore che andava avanti senza paura contro i suoi avversari perché era dotato di strumenti retorici fortissimi, era un grande oratore pronto a sfidare i suoi oppositori. Darwin per ventuno anni tiene il conflitto dentro di sé e non partecipa mai a nessun dibattito finché non scrive il suo libro “L’origine della specie” che fa esplodere il dibattito, filosofico, etico e politico. Lui è consapevole e lo dice a chi lo segue e stima, che ci vorrà tempo perchè le sue idee, nella migliore delle ipotesi, vengano comprese ed accettate”.

Teorie che per guardare al presente sono oggi messe in discussione da molti come ad esempio accade negli Stati Uniti.

“L’aria che tira non è certo tanto buona. La sfida di trovare un modo efficace per fare incuriosire le persone sulla figura di Darwin non è stata solo personale ma è una sorta di mantra condiviso con altri che fanno parte della fabbrica del mondo. Se dovessi mettermi a strillare contro i fondamentalismi non sceglierei di fare uno spettacolo su Darwin. Questo è invece un qualcosa che serve per costruire una radice solida nel terreno per cui un pensiero scientifico condiviso resista alle mode, alle tendenze, ai gusti effimeri del momento. Bisogna essere più robusti del weltanschauung perché la scienza non è un prodotto usa e getta o un trend ma un qualcosa che ci conviene usare”.