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Ian Scott Anderson, scozzese classe 1947, è una delle figure leggendarie del rock (progressivo ma non solo). Con i suoi Jethro Tull ha scritto pagine memorabili e ancor oggi continua con il suo iconografico flauto a portare la sua musica in giro per il mondo. Fra le tappe del suo nuovo tour, sotto la sigla di The Best of Jethro Tull performed by Ian Anderson , anche quella del 15 luglio al Climbing Stadium di Arco.
Dal ritorno in Italia del folletto scozzese è iniziata la nostra intervista, realizzata con la preziosa collaborazione di Rita Seneca , che ha affrontato anche il tema scottante della Brexit.
Mr. Anderson, come si sente a tornare in Italia?
«Mi sento vecchio ma alla fine va bene così perché anche molti fan italiani hanno qualche anno in più. Per parte del pubblico, il nostro concerto significa trovarsi insieme ad altri coetanei. Ma un'altra parte di chi viene ad ascoltarmi è molto giovane, quindi per loro è un'esperienza diversa, forse, per la prima volta si trovano a conoscere il rock classico prodotto negli anni '70 e '80 e per loro, in un certo senso, devo cercare di stare sul palco tornando giovane e sono felice di fare un tipo di lavoro che mi dà la possibilità di farlo».
In questo tour suona molti dei classici dello sconfinato catalogo della band: come li ha selezionati?
«Ho una scelta enorme e posso contare su elenchi differenti, ognuno fatto di centinaia di brani. Di solito, per uno show come questo, un "The best of", scelgo da una elenco di circa 60 canzoni e quasi in ogni show cambiamo la scaletta».
Ascolteremo anche canzoni dei Jethro meno conosciute o che non sono state suonate dal vivo frequentemente?
«Ci saranno dei pezzi che non abbiamo mai fatto prima: probabilmente 3 o 4 canzoni che non sono state eseguite dal vivo ma la maggior parte dei brani sarà familiare per la platea. Alla fine è l'equilibrio giusto da raggiungere quando porti sul palco questo tipo di spettacolo: eseguire i pezzi più famosi con qualche brano meno conosciuto ma che è comunque parte della nostra storia. Tutto va mischiato e dosato un po'. Si deve tener conto anche del fatto che il pubblico si aspetta di sentire alcune cose e se non le fai potrebbe essere deludente per loro».
Lei si aspettava un tale risultato nel referendum per la Brexit?
«Francamente no. Pensavo ci fosse una percentuale più alta che avrebbe votato per rimanere in Europa ma in realtà nei sondaggi molte persone avevano paura di ammettere che avrebbero votato per l'uscita, non volevano essere etichettati come razzisti. L'implicazione che portava il votare per il "leave" era di essere tacciati come razzisti o contrari all'immigrazione. Questo è ridicolo, io vivo qua e lo so, la grande maggioranza degli inglesi, ama l'Europa e ama essere parte dell'Europa, ciò che non ci piace è essere parte della miniera d'oro di Bruxelles, loro non amano la democrazia sono là essenzialmente per amore del potere e gloria e non hanno a cuore l'interesse dell'Europa. Vogliamo essere parte dell'Europa ma non vogliamo essere parte della burocrazia dell'Unione Europea perché questa non rappresenta gli interessi dei singoli Paesi.
Non abbiamo solo la Gran Bretagna ma ci sono anche l'Italia, la Spagna e tanto altri paesi in cui vedi che la maggior parte della popolazione ha perso il sentimento e che non sentono che l'Europa li rappresenti come loro vorrebbero. L'Europa deve cambiare, credo che alla fine la Gran Bretagna abbia dato un segnale per quel cambiamento in modo che si sia parte di una sistema che abbia a cuore gli interessi reali. Non siamo contro l'immigrazione, non siamo contro l'essere responsabili rispetto al fenomeno dei rifugiati, naturalmente ognuno di noi vuole aiutare. Quello che non ci piace è l'essere trattati dalla burocrazia di Bruxelles come bambini».
Appunto in questo momento di crisi sociale e politica, lei pensa che la musica posso ancora giocare un ruolo?
«La musica da sempre gioca un ruolo quasi curativo, cercando di essere una sorta di paracetamolo che toglie il dolore. Però non ritengo che i musicisti siano la risposta in tempi di divisione sociale e politica.
Nella mia categoria siamo in molti ad essere abbastanza "stupidi", non abbiamo l'intelletto o le conoscenze per poter comunicare. Non devi per forza porti su un livello pubblico rendendo pubblici i tuoi sentimenti. Le stelle del pop, del cinema non devono dirti da che parte stare o per stare in tema di Brexit per chi votare. La mia risposta per queste persone è "Tienitelo per te!". Non ho tempo per un David Beckham o chi per lui che mi dica per chi o cosa votare! Molte persone famose prendono posizione perché godono a stare su Twitter o Facebook ma non credo che sia una cosa positiva».


