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TRENTO. Oggi si celebra il Giorno della memoria. Ricordiamo con commozione e rabbia le vittime dell'Olocausto il 27 gennaio, il giorno che nel 1945 vide le truppe russe liberare il campo di sterminio di Auschwitz.
Furono i primi sguardi diretti sull'orrore dell'eliminazione degli ebrei e di persone appartenenti ad altre categorie che per i nazisti andavano cancellate: oppositori politici, minoranze etniche quali sinti e rom, omosessuali, disabili, gruppi religiosi come i testimoni di Geova, afroeuropei, cittadini slavi delle aree occupate dal Reich.
L'Italia fascista aveva contribuito autonomamente e con convinzione alla macchina dello sterminio nazista.
Lo aveva fatto sul piano ideologico ispirando le discriminazioni e persecuzioni, poi su quello normativo con le leggi razziali del 1938 che esclusero gli ebrei dalla vita civile esponendoli a una serie di vessazioni, compresi i divieti di frequentare le scuole pubbliche o di lavorarci come docenti. Nel silenzio dei più. Anzi, ci fu chi approfittò spudoratamente della brutalità del regime occupando i posti di lavoro sottratti per legge agli ebrei.
Quelle leggi furono l'anticamera delle deportazioni per le quali il fascismo si attrezzò fin dall'autunno1940, istituendo i primi campi di concentramento, dove inizialmente furono rinchiusi ebrei, oppositori politici, cittadini di Paesi nemici, zingari. Le più recenti ricerche hanno censito oltre duecento luoghi di deportazione fascisti istituiti quasi in tutta Italia dal 1940.
Dall'autunno 1943 e fino alla conclusione della guerra, quattro lager italiani divennero poi snodi diretti delle deportazioni verso i campi di sterminio nazisti in Europa: Fossoli (Carpi), Bolzano, Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Grosseto. A Trieste, il Reich costruì un campo di sterminio nella Risiera di San Sabba: vi furono uccise e cremate oltre 5 mila persone.
Anche nella zona dolomitica vi furono persecuzioni fasciste e naziste e tragiche deportazioni degli ebrei e di altre categorie sociali, sullo sfondo di uno scenario via via sempre più cupo e doloroso per le popolazioni, specie in alcune comunità alpine. E intanto molti giovani erano stati spediti in guerra, spesso a morire in Russia o altrove. Dopo l'armistizio una parte di loro tornò, molti alpini si unirono alla Resistenza sui monti.
Il Giorno della memoria può essere un'occasione preziosa, dunque, anche di rileggere le pagine tragiche e spesso scomode delle vicende storiche locali, specie per quanto riguarda il periodo successivo all'8 settembre 1943 e fino alla conclusione del sanguinoso conflitto mondiale.
In questa fase storica il Trentino, insieme alle altre due province dolomitiche di Bolzano e Belluno, rimase escluso dalla repubblica Sociale (guidata da Mussolini su mandato tedesco) e fu inglobato da Hitler in una speciale area amministrativa affidata al controllo dei gerarchi nazisti del Tirolo.
Si chiamava Zona di operazioni delle Prealpi (Operationszone Alpenvorland) e aveva sostanzialmente il duplice scopo di assecondare le mire espansionistiche verso sud dei nazisti tirolesi e di creare una fascia cuscinetto che avrebbe potuto costituire un corridoio per le operazioni belliche del Reich (compresa l'eventuale ritirata, come poi avvenne nella primavera 1945).
I due corpi di sicurezza istituiti in Alto Adige e in Trentino originariamente avrebbero dovuto svolgere funzioni di polizia locale, in realtà furono presenti in altre attività di repressione in provincia di Belluno (e anche sull'altopiano di Asiago e dintorni), specie le milizie sudtirolesi del Polizeiregiment "Bozen" affiancarono di frequente e attivamente i militari tedeschi.
Alla fine dalla guerra la piccola provincia dolomitica, meno di 200 mila abitanti, era devastata:
la motivazione del conferimento della medaglia d'oro per la Resistenza ricorda che Belluno pagò con 564 caduti in combattimento (in gran parte ragazzi), 86 impiccati, 227 fucilati, sette arsi vivi, undici morti a seguito di tortura e sevizia, 301 feriti, 1667 deportati nei lager, oltre a 7000 militari deportati nei lager in Germania dopo l’8 settembre '43. Furono venti mesi di terrore.
Fra le vittime dei nazisti a Belluno figura anche il medico Mario Pasi, ravennate, dirigente comunista, che nel 1937 arrivò a Trento e lavorò all'ospedale Santa Chiara.
Poi, date le difficoltà a organizzare la Resistenza in Trentino, alla fine del 1943 si spostò nel Bellunese dove fu tra i protagonisti della lotta di liberazione e assunse anche il ruolo di commissario del comando di zona del Comitato di liberazione nazionale.
Ma un anno più tardi venne catturato (tradito da una delazione: c'erano pure le spie, i fascisti irriducibili) e fu tra i numerosi detenuti politici rinchiusi e seviziati nella caserma Tasso di Belluno, che era la sede della Gestapo, guidata dal famigerato tenente Georg Karl (uno dei numerosi criminali dei quali si sono perse le tracce dopo la guerra).
Pasi, nome di battaglia Montagna, fu sottoposto a torture continue ma non rivelò informazioni che avrebbero potuto compromettere la rete della Resistenza bellunese.
Il 10 marzo 1945, moribondo, fu impiccato insieme a altri nove partigiani sulla collina del Bosco delle Castagne, sopra la città, in una delle innumerevoli azioni terroristiche messe in atto dagli occupanti.
In quel caso si trattò della risposta a un attentato al vicino poligono di tiro nel quale rimasero uccisi due o tre militari sudtirolesi: l'esecuzione dei prigionieri, compreso Pasi, fu affidata al Secondo battaglione del Polizeiregiment Bozen (il cui comandante chiese ma non ottenne ben 50 prigionieri da impiccare per rappresaglia, Karl gliene concesse dieci).
I destini di giovani cresciuti sulle Dolomiti si intrecciarono tragicamente, su barricate opposte, in molte altre occasioni.
Anche quando, nell'estate 1944, i nazisti decisero di sgominare la brigata Gramsci dalle Vette Feltrine, dove ormai era considerata un pericolo troppo serio.
Nei mesi precedenti i partigiani avevano tentato più volte di estendere la loro presenza al Trentino, vi furono missioni e contatti anche nel capoluogo alla ricerca di appoggi solidi, ma non andarono a buon fine.
Queste due giovani senza paura, rappresentanti della meglio gioventù dell'epoca, sono due figure emblematiche da ricordare nella Giorno della memoria.
Da ricordare per la generosità e la forza con cui si sono spese totalmente per una causa giusta: sconfiggere il nazifascismo e dire no per sempre a ideologie di morte che hanno generato il totalitarismo, l'orrore della Shoah, le deportazioni, lo sterminio di comunità religiose, culturali, politiche.
È doloroso sapere che altri giovani che parlavano il loro stesso dialetto sono stati gli aguzzini di queste due ragazze (e di molte altre persone).
Doloroso al punto da rimanere una ferita aperta, una pagina non del tutto esplorata della memoria collettiva locale.
Si può riflettere, confrontarsi, dialogare anche in cammino.
Ecco, quando incrociamo, oggi, nel 2022, lo sguardo di un ragazzino o di una giovane di 18 anni, interroghiamoci sulle scelte e sulle gesta dei loro coetanei di oltre settanta anni fa. Ci sarà d'aiuto a vivere insieme.





