TRENTO – Sarà la voce di Simona Bencini a segnare il ritorno in Trentino di una delle band più acid jazz e funky della musica italiana: i Dirotta su Cuba.

La formazione fiorentina sarà protagonista del concerto del 29 luglio alla spiaggia libera del lago delle Piazze sull’Altopiano di Piné, ore 21 con ingresso libero nell’ambito del loro “Let’s celebrate Tour II - 30 years” legato al trentennale del loro album d’esordio.

Di questo tour legato anche al singolo “Gelosia”, del presente e del futuro dei Dirotta su Cuba abbiamo parlato con Simona Bencini on stage accanto a Emiliano Pari, Stefano Profazi, Patrizio Sacco, Vincenzo Protano, Donato Sensini e Antonio Scannapieco.

Si tratta di un evento organizzato da Giuseppe Putignani con Piattaforma Eventi, Apt Trento - Bondone-Pinè, Co Pine e che si lega anche ai festeggiamenti per i primi cinquant’anni di Radio Dolomiti con il dj Willy Caldonazzi che aprirà la serata in riva al lago.

Simona Bencini, la vostra estate è nel segno dl “Let’s celebrate Tour II - 30 years”: quali forme ha questo vostro live?
“Vuole celebrare l’album Dirotta su Cuba del 1995 che ci ha portato al successo e ha segnato una strada del funky italiano. Il 1995 è stato il nostro anno d’oro e personalmente uno degli anni più belli della mia vita. Pensavamo a questo progetto ma non immaginavamo si potesse realizzare perché il funky italiano di un certo tipo non c’era, non aveva un mercato e invece abbiamo dimostrato che si poteva fare e anche ad alti livelli. Risuoneremo l’intero album, nove tracce con arrangiamenti nuovi, citazioni, sarà un concerto molto divertente con altri brani che non possono mancare come “Notti d’estate”, Sensibilità”, “Jesahel” e “E’ andata così” perché la gente li richiede sempre”.

Per celebrare questo trentesimo compleanno, avete pubblicato a fine maggio la versione in vinile, in edizione limitata, del vostro album d'esordio.
“Durante il live mostriamo anche il vinile che non avevamo mai fatto perché allora l’album uscì solo in cd e cassetta. Fortunatamente i vinili sono tornati in auge e lo abbiamo ripubblicato anche con foto nuove all’interno. Sono importanti questi 30 anni, anche se ci sono stati cambi di formazione con coerenza abbiamo continuato a fare la musica che ci piace, al di là delle mode che ci sfiorano noi abbiamo continuato a fare il nostro. Chi vuole sentire il funky italiano sa che deve venire a sentirci”.

Qual è per lei oggi la forza di quel disco?
“Il sound è stato quello che ha fatto drizzare le orecchie a tutti: era un sound curato con arrangiamenti complessi che non esisteva fino a quel momento in Italia, forse un po’ Pino Daniele faceva qualcosa del genere, era un po’ il nostro punto di riferimento perché mischiava la tradizione napoletana alla black music e noi facevamo la stessa cosa con la lingua italiana. La metà dei nostri fan sono tutti musicisti perché le melodie accattivanti potevano essere cantate da tutti ma il musicista capiva che dietro c’era un mondo che quindi ha conquistato chi ama la musica di qualità. Il connubio tra sound e melodia costruita ad hoc per far cantare e ballare la gente è stata la nostra ricetta”.

Ad anticipare quel lavoro nel 1994 il singolo “Gelosia” la vostra hit per eccellenza.
“Non ci aspettavamo il successo, avevamo ottenuto il contratto con Cgd perché il nostro manager andava tutti gli anni a rompere le scatole, ci hanno fatto uscire il singolo con una sotto-etichetta quasi per sfinimento. La Warner di allora non aveva pensato che questo progetto potesse avere un mercato in Italia, nemmeno loro credevano potesse funzionare. Noi eravamo felici dell’opportunità ma nessuno pensava a una botta del genere, “Gelosia” diventò virale e si sentiva ovunque”.

Avete segnato la scena acid jazz e funky italiana vi ha mai pesato questo ruolo?
“Il successo ha sempre ripercussioni nel bene e nel male. Avevamo 25 anni e non eravamo strutturati per poter affrontare un successo del genere però il fatto di essere una band da un certo punto di vista ci ha un po’ protetti perché laddove non arriva uno arriva l’altro. Ma il business e i soldi in gioco aumentano e se non sai gestire la pressione possono portare a momenti di incomprensione. Mentre nelle radio si ascoltavano ancora i singoli del primo album, uscivamo già col secondo. Questo non ci ha dato il tempo di metabolizzare il successo e di portare avanti un progetto a lungo termine. Oggi non si fa una cosa del genere, bisogna prendere aria, invece i discografici hanno voluto spremere il limone e ci hanno danneggiato perché pensavano fosse solo una moda mentre noi volevamo fare un progetto più a lunga durata”.

Il vostro viaggio sonoro dura ancora.
“I due fondatori Stefano De Donato e Rossano Gentile non sono più con me. Rossano è nel backstage, dietro le quinte, fondamentalmente sono io che porto avanti la storia ma visto che canto e suono i brani che ho suonato e scritto con loro è un po’ come se li portassi sempre con me. Io ho ancora voglia di stare in giro, per me cantare dal vivo è una terapia, più lo faccio meglio sto”.

Quali sono stati i suoi punti di riferimento?
“Nella tarda adolescenza seguivo il movimento soul inglese, Shade, Wham, Simply Read, Curiosity Killed the Cat che aveva radici black. Poi la corrente acid jazz a fine anni 80, inizio 90 con gli Incognito e i Brand New Heavies. Conoscendo i Dirotta su Cuba ho iniziato ad ascoltare i Rufus, Motown, posso dire che Stevie Wonder è l’artista che mi ha formato di più e poi vocalmente Aretha Franklin o Chaka Khan, anche se purtroppo non ho la loro stessa estensione ma l’attitude è quella”.

Il futuro dei Dirotta su Cuba?
“L’anno scorso siamo usciti con un singolo a ottobre, il primo inedito dopo il 2019 quando avevamo fatto due pezzi in inglese. Ora “In the souk” con Mario Venuti è l’inizio di un nuovo percorso, vorremmo far uscire un nuovo singolo ogni sei mesi per dare un segnale a chi ci segue che non c’è solo il passato ma anche il presente”.