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Un'altra bomba, potentissima, a Trento: è deflagrata, con un boato assordante, pochi minuti dopo le una, nel giardinetto antistante l'ingresso del palazzo di giustizia, in viale S. Francesco d'Assisi. I criminali attentatori la avevano deposta nel mezzo di un'aiuola: l'intenzione, certamente, era quella di uccidere, perché a pochissimi metri si trova il marciapiede, e solo il provvidenziale intervento delle forze dell'ordine, accorse sul luogo in seguito alla scoperta effettuata da una pattuglia della squadra politica della questura, ha evitato una strage.
L'artificiere che ha provveduto a far brillare la bomba è il brigadiere dei carabinieri Antonio Morabito, dell'ufficio Oaio della legione Cc di Bolzano, chiamato sul posto dalla questura di Trento. Egli ha effettuato una prima ricognizione con la torcia. Ha di colpo intuito che qualcosa di estremamente pericoloso era contenuto nella sacca. Ha fatto allontanare tutte le persone che si trovavano nei paraggi, tra le quali numerose le forze dell'ordine, i cronisti e i curiosi. Un cordone di sicurezza è stato allargato tutt'attorno al palazzo di giustizia e si è provveduto a bloccare il traffico sia dalla parte di piazza Fiera, sia sull'altro versante, all'altezza del cinema Modena. Con estrema cautela il brigadiere Morabito ha agganciato ad una corda un ancorino ed a più riprese lo ha lanciato sulla sacca nel tentativo di agganciarla.
Il tempo sembrava essersi fermato. Finalmente il lancio buono. L'ancorino si è impigliato in uno degli anelli del collo della sacca ed allora l'artificiere, che si teneva al riparo dietro ad un albero ha fatto scorrere l'altro capo della corda su un ramo. Tutto questo come più tardi ha spiegato, per provocarne la deflagrazione con le minime conseguenze. Nel frattempo erano stati collocati sacchi di sabbia intorno all'involucro.
Al primo delicato strattone il brigadiere Morabito ha nettamente e inequivocabilmente distinto il classico ronzio della miccia che brucia. Ha dato un grido, mentre gli agenti della Ps, della stradale e i carabinieri che nel frattempo avevano provveduto ad isolare la zona si mettevano in posizione di riparo. Il brig. Morabito trovava rifugio dietro al tronco di un albero, pochi istanti dopo il tremendo boato. L’artificiere ha affermato che si trattava di una carica di almeno due chili di dinamite. Una quantità sufficiente ad ammazzare chiunque si trovasse a transitare nel raggio di una ventina di metri. I vetri del palazzo del tribunale andavano in frantumi, mentre lo spostamento d’aria investiva anche i cronisti dei giornali che si trovavano riparati dietro il palazzo di giustizia, lungo via Pilati e via Barbacovi.
La città, come analogamente era avvenuto nella nottata di sabato per gli attentati al collegio universitario di corso Buonarroti e all’automobile del sindacalista Mattei, veniva svegliata di soprassalto. Secondo il brig. Morabito l’ordigno era stato preparato da mano molto esperta: si tratta infatti di una bomba che finora a Trento non aveva fatto la sua comparsa e che è fatta apposta per provocare una strage. Infatti il doppio congegno di accensione permette di ottenere lo scoppio anche se nessuno muove o tocca l’involucro.
Il primo congegno infatti è a strappo: quando qualcuno muove l’involucro la miccia si accende e pochi istanti dopo si ha la deflagrazione. Se nessuno tocca la bomba, all’ora prestabilita si ha ugualmente lo scoppio per l’entrata in funzione dell’apparecchio ad orologeria (elettrico) o chimico. Come si vede un lavoro di esperti che fa andare la memoria ai tempi tristi del terrorismo altoatesino, e che purtroppo rivela la pazzesca determinazione di uccidere.
Posti di blocco sono stati immediatamente istituiti alla periferia della città. Fino al momento di andare in macchina degli attentatori però non si è avuta traccia. Durante la notte è proseguito a Trento il servizio di vigilanza agli edifici pubblici. Lo stesso servizio che ha sventato stanotte una strage.


