TRENTO. Ogni anno circa 1.100 trentini lasciano la provincia per trasferirsi all’estero, mentre tra 500 e 600 rientrano. È il dato emerso dall’incontro sulle mobilità giovanili ospitato nel palazzo della Provincia autonoma di Trento, che fotografa un territorio capace di attrarre popolazione da altre regioni italiane ma ancora in perdita nei flussi verso l’estero.


A delineare il quadro è stato Vincenzo Bertozzi, dirigente di ISPAT, che ha evidenziato come il Trentino registri un saldo positivo nei movimenti interni al Paese, soprattutto grazie all’arrivo di lavoratori e giovani con titolo di studio elevato. Diverso il bilancio con l’estero: a partire sono soprattutto giovani tra i 18 e i 29 anni, seguiti dalla fascia 30-39 anni, con livelli di istruzione distribuiti tra laureati e diplomati.


Il fenomeno si inserisce in una dinamica più ampia, come spiegato da Giovanni Gardelli, dirigente generale della Provincia, che ha richiamato due tendenze parallele: da un lato l’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite, dall’altro la capacità del territorio di restare attrattivo. Le destinazioni principali per chi lascia il Trentino sono Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia, Spagna e Stati Uniti.


Uno sguardo nazionale è arrivato da Delfina Licata della Fondazione Migrantes, che ha definito l’Italia un Paese caratterizzato da mobilità plurime. La migrazione non riguarda solo i giovani né esclusivamente i laureati, e non è legata soltanto alla ricerca di lavoro: spesso risponde a esigenze di crescita personale. Non sempre inoltre si tratta di percorsi lineari, né di scelte definitive.


Sul piano sociale, la ricerca presentata da Maria Nardello e Sabrina Berlanda della Fondazione Franco Demarchi ha messo al centro le famiglie di chi parte. Tra distanza e opportunità, emerge un equilibrio tra nostalgia e orgoglio, con l’invito a superare la logica del trattenere e a costruire politiche che accompagnino mobilità e ritorni.