TRENTO. «Sabato eravamo lì, lui e io, a preparare la fioriera, con la terra per piantare assieme i fiori. Non riesco a pensare ad altro, riesco solo a guardare là e continuare a vederlo». Col volto tra le mani e la voce che si spezza, nella corte della sua casa a Trento, non si dà pace il padre del piccolo Riccardo, che nella tarda serata di sabato la madre ha portato con sé oltrepassando le barriere del ponte di Mostizzolo. E come si potrebbe trovare pace, dopo una tragedia simile, irreale, tale è la sua enormità? A tormentarlo, oltre al dolore, ci sono tante domande apparentemente senza risposta. Una su tutte: perché?

La relazione con Veronica Amistadi era finita da qualche tempo, ma i genitori del piccolo avevano saputo mantenere - proprio per lui - rapporti cordiali. Padre e madre si erano visti l'ultima volta nel tardo pomeriggio di sabato, quando dopo aver trascorso la giornata con il papà, il bimbo era andato a casa con la mamma. «Non c'erano stati litigi, non c'erano stati screzi. Non so, non lo so davvero cosa possa essere scattato nella sua mente, cosa possa esserle successo».

Le parole dell'uomo sono confermate anche dai carabinieri, che hanno sentito l'ex compagno della donna così come i suoi familiari, per cercare di capire che cosa possa aver spinto la quarantunenne a compiere il gesto. Il padre del bambino è stato avvisato dell'accaduto dai carabinieri, che hanno bussato alla porta della sua abitazione, in centro storico a Trento, nel cuore della notte, quando sono state individuate le salme di madre e figlio. Nessuna avvisaglia, neppure tramite chiamate o messaggi, come ha confermato un primo esame del telefono cellulare della quarantunenne.

Risposte chiare non sono state trovate neppure nelle parole che Veronica Amistadi ha lasciato nel biglietto che è stato poi trovato all'interno della Volkswagen Touran con cui dal capoluogo è salita verso la Valle di Non, per poi fermarsi a Mostizzolo: nessun riferimento a particolari episodi, a scontri, a problemi specifici ma l'espressione di un malessere che evidentemente la donna stava affrontando da tempo, senza tuttavia manifestarlo apertamente. Resta la disperazione, per un gesto che ha spezzato due vite.

Resterà il tormento per non aver potuto fare qualcosa per evitare il gesto estremo, quel tormento che è del padre del piccolo come dei tanti amici e conoscenti della quarantunenne. Che, tuttavia, spiegano come Veronica non avesse «dato segnali di malessere, di fronte ai quali riesci ad attivarti, a fare qualcosa, a stare più vicino a una persona cara, più attento. Sembrava stare bene, tutto sembrava andare come sempre», raccontano alcune persone vicine alla donna. Meno di due mesi fa, assieme al piccolo, aveva affrontato un viaggio per partecipare a un matrimonio e anche in quell'occasione, in mezzo a tanti amici che la conoscevano bene, nulla aveva lasciato trapelare ciò che la attanagliava.

Ad una delle sue più care amiche, solo qualche giorno fa aveva dato appuntamento per questa settimana per un incontro. Nulla sembra potesse lasciar intendere che Veronica avesse bisogno di vicinanza profonda. Un elemento, questo, che purtroppo è comune a tanti altri casi di suicidio. Non sempre sono la disattenzione o la scarsa vicinanza da parte degli altri a impedire di fare qualcosa prima che sia troppo tardi. Spesso è anche la capacità di dissimulare il disagio da parte di chi sta meditando il gesto estremo a non agevolare le persone care nel tentativo di impedire l'irreversibile.

Resta comunque il tormento, oltre al dolore, legato al rimorso di non aver fatto qualcosa che potesse evitare un passo del genere. Nel compiere il quale Veronica Amistadi, sabato sera, ha deciso di coinvolgere anche suo figlio. Rendendo tutto ancora più terribile, anche per chi resta.