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TRENTO. Era il 29 aprile quando Louis Compaore, 52 anni, originario del Burkina Faso, ma da anni residente a Nave San Rocco, era stato investito mentre attraversava i binari alla stazione di Lavis, non da uno, ma addirittura da due treni. Soccorso, era stato ricoverato in condizioni disperate al S. Chiara di Trento. Lì è rimasto in coma per tre mesi, poi, quando si è svegliato, le sue possibilità di recupero erano minime. Paralizzato completamente nella parte sinistra del corpo, i medici gli avevano dovuto amputare sopra il ginocchio la gamba destra rimasta gravemente lesa nell'investimento. Anche il linguaggio sembrava compromesso per sempre. Invece per Louis si è compiuto un miracolo.
Grazie alla sua incredibile forza di volontà, all'aiuto della sua famiglia, della comunità di Nave San Rocco che da subito lo ha sostenuto e soprattutto di tutto il personale del S. Chiara prima e del Villa Rosa poi, quest'uomo ha recuperato tantissimo. Ora può usare la gamba e il braccio sinistro, è in grado di parlare e a destra gli hanno posizionato una protesi. «Il mio obiettivo è tornare a camminare senza girello», dice sorridendo mentre è pronto, fra pochi giorni, a lasciare il Villa Rosa dopo sei mesi di degenza.
«Ma a Natale sono potuto tornare a casa e rimanere con la mia famiglia. Mia moglie è venuta dall'Africa poco dopo l'incidente per starmi vicino. Lei mi ha sostenuto tanto, mi ha dato coraggio, così come mio figlio di 15 anni, anche lui venuto ad abitare in Italia. Gli altri tre figli, che sono tutti più grandi, abitano invece ancora in Burkina Faso. Frequentano l'università. Il più grande Medicina, la ragazza scienze biomediche e l'altro farmaceutica. Io da poco ho la cittadinanza italiana e vorrei venissero in Italia, ma solo se possono continuare qui i loro studi». Louis ha parole di grande riconoscenza verso i tanti che in questi mesi lo hanno aiutato. «Non ricordo nulla dell'incidente. So che, come ogni mattina, stavo andando a lavorare nella ditta di verniciatura a Magrè, in Alto Adige».
L'incidente era accaduto alle 7 del mattino alla stazione ferroviaria di Lavis mentre l'uomo stava attraversando i binari. Prima era stato colpito da un treno merci diretto a Bolzano e poi era stato sbalzato sull'altro binario dove era in arrivo un treno diretto a Trento che l'aveva colpito a sua volta. «Ricordo che ad un certo punto ho visto i lampeggianti dell'ambulanza e dei vigili del fuoco e sentivo persone che mi dicevano che dovevo stare fermo». Poi il vuoto per mesi. Nel reparto di rianimazione dell'ospedale S. Chiara Louis è rimasto per settimane in prognosi riservata senza che fossero ben chiari i danni che aveva riportato. Intanto nel suo paese già lo avevano dato per morto tappezzando i muri con la sua foto.
E invece Louis è rinato. «All'inizio, quando sono arrivato qui al Villa Rosa non potevo fare nulla, mi spostavano con il sollevatore, non muovevo nulla. Avevo anche male. Di notte avevo male alla gamba che non ho più, ora va molto meglio (la sindrome dell'arto fantasma, ndr). Tutti si sono adoperati, mi sono sentito accudito. Mi vogliono bene e non mi sono mai sentito solo. Di questo non ringrazierò mai abbastanza». Fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti, infermieri, medici e tanti altri professionisti hanno davvero lavorato sodo per compiere questo mezzo miracolo. «Nessuno si aspettava un recupero come quello che poi in realtà c'è stato», conferma la case manager Monica Bernabé che in questi mesi ha gestito e coordinato l'intero percorso assistenziale di questo paziente decisamente complesso.
«Devo anche ringraziare il mio padrone di casa, Giuliano Castellan, che fin dal primo giorno si è preoccupato per me e per la mia famiglia. Ma anche l'intera comunità di Nave San Rocco che mi ha sostenuto sia venendomi a trovare che anche con gesti concreti. Ci sono davvero persone speciali». Louis era arrivato in Italia già 15 anni fa. «Ero arrivato a Pordenone come regolare perché mia sorella mi aveva trovato un lavoro lì. Poi sono venuto in Trentino dove abita anche un mio cugino, che anche lui mi ha tanto aiutato», racconta. Accanto a lui la moglie, arrivata a maggio dal Burkina Faso e che non lo ha lasciato solo nemmeno un giorno. Prima i viaggi da Nave San Rocco al S. Chiara e ora fino a Pergine. Un bel salto dall'Africa all'inverno trentino, le chiediamo. «Se mio marito sta bene il freddo non lo sento», dice nella sua lingua.
È Louis a tradurre, lui che in questi mesi non solo ha ricominciato a parlare grazie alle logopediste, ma che ha imparato abbastanza bene anche l'Italiano. «Mio figlio e mia moglie lo stanno studiando. Lui va a scuola a Trento, all'istituto Buonarroti. Lei frequenta delle lezioni di italiano a Mezzolombardo. Già prima dell'incidente avevo preparato tutte le carte per farli venire in Italia. Nel frattempo ha ottenuto anche la cittadinanza. Mi hanno portato con l'ambulanza a firmare e giurare. È stato un bel momento. Sono orgoglioso di questo. Qui in Italia la sanità funziona bene e anche la vita è buona. Il mio paese non sarebbe povero. C'è l'oro, ci sono i diamanti, ma c'è tanta criminalità e interessi politici e purtroppo è pericoloso. Io sono sempre in pensiero per i miei tre figli che sono rimasti lì per studiare e abitano nella capitale. Spero che un giorno la famiglia si riunisca».


