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TRENTO. Alain è una persona sorridente. Lo è nel modo in cui stringe la mano, nello sguardo aperto, nella voce pacata. Ma porta una cicatrice che non si vede. Una cicatrice che non ha lasciato segni sul corpo, ma nell'anima. Una ferita profonda, scavata da bambino, durante il genocidio dei Tutsi in Ruanda.
Per anni quella ferita ha continuato a sanguinare di notte, sotto forma di incubi. Solo di recente Alain ha iniziato a raccontare ciò che ha vissuto. E oggi, da vittima, è diventato testimone.
Alain Pacifique Ndayishimiye ha 38 anni e alla vigilia di Natale è diventato cittadino italiano. Il giorno prima aveva prestato giuramento davanti al sindaco di Baselga di Piné, Alessandro Santuari, il comune dove vive con la moglie Patrizia Facchinelli, conosciuta in Ruanda dove lei lavorava come ingegnere civile in progetti di acquedotti, e i figli Hisham, 13 anni, e Gaia, 8. Presto riceverà la nuova carta d'identità, dodici anni dopo essere arrivato in Italia. Un documento che chiude un cerchio, ma non cancella la storia. Alain ti racconta di quando, nei 100 giorni che cambiarono il Ruanda, causando lo sterminio di un milione di persone, il Paese era pieno di posti di blocco: bande di ragazzi armati di machete: «Ti chiedevano i documenti: se eri Hutu passavi, se eri Tutsi ti uccidevano sul posto».
Da qualche mese Alain, che già collaborava come giornalista con il Consolato del suo Paese, è diventato presidente della Diaspora ruandese in Italia: circa 2.500 persone sparse nella penisola. Lui è l'unico residente in Trentino. «È una responsabilità grande - dice - perché rappresenti anche chi non ha ancora trovato la forza di parlare». Prima della guerra la sua vita era semplice: «Vivevamo a Buyoga, nel distretto di Rulindo. Eravamo otto fratelli. Mio padre era un agronomo, aiutava i coltivatori di caffè, era molto stimato. Mia madre lavorava in un centro sanitario con le suore francesi e aveva fondato una cooperativa di donne». Una famiglia unita, una comunità viva. Alain allora era un bambino sereno.
Poi qualcosa inizia a incrinarsi. Succede a scuola. «Un giorno l'insegnante chiese ai Tutsi di alzare la mano. Io non lo feci. Non sapevo cosa fossi. Lui mi guardò i piedi e disse: "Guarda quanto sei alto, alza la mano"». È lì che Alain capisce che lui e i suoi compagni non sono uguali, come credeva. E che essere "diversi" può diventare una condanna.Sono anni che il governo sta pianificando il massacro. I belgi colonizzatori - racconta - hanno cambiato il volto del Paese instillando in una generazione di giovani studenti l'odio verso i Tutsi, i proprietari del bestiame, convincendoli di essere stati sempre sfruttati. Ma è a inizio Anni Novanta che la situazione precipita: i figli dei Tutsi espatriati cercano di rientrare nella patria dei loro avi, all'interno del governo i falchi prevalgono sulle colombe che sostengono i tentativi di pace dell'Onu. Per i Tutsi è l'inizio del massacro.
Alain ha solo 6 anni. Nel 1993 il primo incontro con l'orrore: si trova nel sud del Paese, dalla nonna materna. «Giocavo nel campo di sorgo - dice - quando ho visto salire il fumo dalla sua casa, pensavo stesse cucinando. Poi sono arrivate le fiamme, e gli uomini armati». Una vicina lo trascina via. La nonna muore nel rogo. Alain si ferma su questo ricordo, la voce si incrina. È uno dei momenti in cui si commuove ancora oggi. Quella stessa sera trova rifugio in una scuola gestita da religiosi. Si crede in salvo ma durante la notte irrompono i miliziani e aprono il fuoco: «Mia cugina mi prese e saltammo giù dalla finestra. Non so come, restammo indenni, e scappammo a perdifiato».
Dopo alcuni giorni di cammino, Alain riesce a tornare al villaggio natio. Lì la violenza non è ancora arrivata, ma è questione di poco. Il padre ascolta di nascosto la radio del Fronte patriottico ruandese: quando arriva la notizia che il presidente rientrato dalla Tanzania, dagli accordi di pace Arusha, è stato ucciso, sbianca in viso. «Papà ci disse che dovevamo andarcene subito».
La notte tra il 6 e il 7 aprile 1994 è l'inferno. «Urla, spari, sangue. Gli Interahamwe mandati dal governo davano la caccia ai Tutsi». La famiglia Pacifique passa le notti nei campi, un giorno il padre mentre sta tornando "furtivamente" a casa viene catturato e picchiato quasi a morte.
Per Alain inizia la fuga: corre di giorno per sfuggire alla cattura, si nasconde di notte. «Dormivamo nei campi di sorgo. Pioveva sempre. Ero terrorizzato». Sopravvive perché è magro, agile, perché riesce a infilarsi tra le gambe degli adulti. Un giorno arriva in un campo profughi della Croce Rossa. E' salvo. Da lì riescono a riportarlo alla sua famiglia, che aveva trovato rifugio in una zona controllata dal Fronte patriottico ruandese. Lui e i suoi 7 fratelli, miracolosamente, sono vivi.
La fine ufficiale del genocidio non porta subito la pace. Il Paese è devastato, ci sono cadaveri ovunque, attacchi clandestini con incendi di case e attentati contro autobus proseguono fino ai primi anni Duemila. «Dentro, però, l'incubo è finito molto dopo. Solo in Italia ho iniziato a dormire senza paura», dice Alain.
La ricostruzione passa ancora una volta dalla scuola, dal dolore condiviso. «Studiavamo in collegio, costretti a convivere: bambini che avevano perso tutta la famiglia insieme a bambini i cui genitori avevano partecipato al genocidio. C'era un grande vuoto, ma anche la necessità di stare insieme». I sopravvissuti sono traumatizzati: tanti soffrono di attacchi di panico, svenimenti, crisi emotive. Nascono gruppi di mutuo aiuto. «Ho capito che aiutare gli altri mi avrebbe salvato», dice Alain. Che diventa volontario di pronto soccorso nel collegio. E trasforma la rabbia in determinazione.
«Mi lasciai coinvolgere sempre di più, fino a organizzare io stesso incontri per giovani che vivevano situazioni simili alla mia. Condividevamo paure e speranze. Il teatro sociale era diventato il mio rifugio. Volevamo promuovere la pace e la riconciliazione». Alain dà anche vita a un giornale online, Thebondsrwanda.com, e a un canale YouTube di attualità. La parola prende il posto di un silenzio che ricorda ancora troppo la morte.C'è un altro episodio che racconta molto di questa famiglia. Dopo il genocidio, la madre di Alain salva un neonato destinato a essere sepolto vivo insieme alla mamma morta di parto. «In un villaggio poverissimo vide il tappeto usato come bara muoversi. Fermò tutto. Lo prese con sé». Lo allattò insieme al proprio figlio più piccolo, come fossero gemelli. Quel bambino, Jonathan, oggi è un giornalista nella testata fondata da Alain. «Mia madre ha sempre scelto la vita», sorride.
Ha scelto anche il perdono: nonostante la sua famiglia sia stata quasi completamente sterminata ha perdonato chi aveva ucciso i suoi familiari, e il perdono concesso da una vittima in Ruanda permetteva ai carnefici di uscire di prigione. Un gesto che va oltre la comprensione. «Non per dimenticare - dice Alain - ma per spezzare la catena dell'odio».
Oggi Alain vive a Piné, tra laghi e montagne che gli ricordano il Ruanda, il Paese delle mille colline. Lavora come regista e cineoperatore a Tv33, ha iniziato a raccontare la sua storia. La cicatrice resta, ma non sanguina più. È diventata memoria. E la memoria, quando è condivisa, può trasformarsi in speranza.


