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TRENTO. Le parole sono misurate, calibrate, persino ovattate. Ma dietro il comunicato del Patt partorito dalla riunione del Consiglio delle Stelle Alpine si sente il rumore della tensione. Il Patt, riunito in una seduta «molto partecipata e approfondita», ribadisce principi, richiama la storia, difende l'autonomismo, invoca il rispetto del patto di coalizione e del percorso di riforma dello Statuto.
Non esclude nulla e nulla decide, rinvia tutto a un confronto con il presidente Maurizio Fugatti e con gli alleati. Tradotto: il partito prende tempo.Il documento insiste sulla necessità di «separare nettamente» la riabilitazione di Clara Marchetto, voluta dalla consigliera autonomista Maria Bosin, dalla mozione di sfiducia contro Francesca Gerosa. Due piani distinti, si legge. Ma è proprio l'intreccio tra quei due piani ad aver prodotto la frattura politica di queste settimane. L'attacco di Fratelli d'Italia alla riabilitazione, l'intervento del ministro Lollobrigida, la percezione - diffusa - di un'ingerenza romana in una vicenda che tocca nervi sensibili dell'autonomia trentina. Da lì si è aperta una faglia dentro la maggioranza.Ora quella faglia passa per l'aula del Consiglio provinciale, dove martedì si voterà la mozione di sfiducia generata da Filippo Degasperi di Onda e sostenuta da tutto il centrosinistra.
Le opposizioni però non hanno la maggioranza assoluta richiesta dal regolamento. Senza voti di qualche consigliere del centrodestra la mozione non può passare. Il punto, allora, non è se Gerosa cadrà. Non cadrà. Ma il punto è come non farla cadere senza consacrarla.Per questo, tra Lega, Patt, Forza Italia e civiche, prende corpo un orientamento che evita sia la rottura sia l'abbraccio: astensione o uscita dall'aula. Una scelta tecnica che produce un effetto politico preciso. La mozione non raggiunge i numeri necessari, la Giunta non entra formalmente in crisi, ma non si consuma nemmeno un abbraccio a difesa dell'assessora.
Nessuna investitura solenne, nessuna photo opportunity di maggioranza compatta. Il calendario delle prossime ore racconta molto. Oggi si riunisce la Lega. Lunedì toccherà ai consiglieri della coalizione. Sono passaggi che servono a costruire una posizione comune e, soprattutto, a evitare fughe in avanti. Fugatti, finora, ha scelto il silenzio. Un silenzio che pesa e che viene letto come la volontà di non trasformare la sfiducia in un referendum su Gerosa. E i leghisti, pur irritati dall'invasione di campo da Roma di Fratelli d'Italia, si sono tenuti lontani dal prendere posizione.
In silenzio Fugatti, in silenzio Mirko Bisesti e a ruota tutti gli altri. Non è da lì che arriveranno problemi. A denti stretti lo confermano loro stessi.Ma neanche dal Patt, che dal canto suo, si trincera dietro formule che dicono che il Patt non aprirà la crisi con FdI. «Senso istituzionale», «responsabilità verso la legislatura», «rafforzare l'azione di governo». È il lessico di chi non vuole aprire una crisi, ma neppure archiviare la vicenda come un incidente di percorso. La base autonomista è irritata, ma l'ha già messa via se alcuni esponenti storici sui social spostano il tiro intonando la solita litania dei giornali che attaccherebbero il Patt perché ha scelto di stare a destra. L'idea però che la partita si sia giocata anche a Roma è stata digerita peggio che un cinghiale mangiato a notte fonda. Ma rompere ora significherebbe mettere in discussione il patto di legislatura e il cantiere, delicatissimo, della riforma dello Statuto.Così la soluzione più probabile diventa quella meno rumorosa. Un passo di lato. Un voto che non è voto. Un modo per dire che la maggioranza c'è, ma non è disposta a farsi dettare l'agenda né dalle opposizioni né dagli alleati più muscolari.


