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TRENTO. Il dado è tratto: Roberto Simoni, dopo il ritiro di Maurizio Maffei, si ricandida alla presidenza della Federazione della Cooperazione trentina. Simoni ha scritto una lettera ai cooperatori per spiegare le sue motivazioni.
Presidente, spieghi anche a noi la sua decisione.
«Farei una premessa. A dicembre avevamo cominciato a ragionare sulla base dell'articolo 32 dello statuto in Cda. Avevo dato la mia disponibilità, ma avevo chiesto una maggioranza qualificata. C'è stato un momento di frizione e i vicepresidenti mi hanno chiesto di farmi da parte, ma pensavo fosse nella logica di trovare altre candidature. Ma poiché nessuno si palesava, a parte Maffei che voglio ringraziare per la sua generosità, nessuno ha presentato una candidatura e nell'ultimo consiglio qualcuno ha disertato, impedendo di esplicitare le intenzioni. È stato un passaggio poco edificante, non una bella pagina. Da più parti sono stato sollecitato, in una logica di continuità. Abbiamo parecchie cose iniziate da portare a termine. Sapendo che decidono sempre democraticamente i soci, vogliamo provare a costruire competenze e dopo una riflessione con la mia famiglia ho deciso, anche per evitare il rischio di affidare a uno non del nostro ambiente o non qualificato. Sarebbe stato auspicabile che, nel momento in cui si è iniziato a discutere in consiglio, qualcuno proponesse un'altra figura. Si sarebbe potuto sviluppare un confronto da allargare alla base sociale: questa è la democrazia. Sono aperto a tutti gli spunti, i progetti, il più inclusivo possibile. Al momento non c'è un programma né un gruppo chiuso di sostenitori».
Il suo bilancio è positivo?
«Sì. C'è sempre da migliorare, il contesto è molto mutevole, c'è la crisi energetica, la gestione degli immigrati, la crisi della casa».
La sfiducia dei cinque vicepresidenti contro di lei può pesare?
«Mi ha fatto restare male il giorno dopo, poi l'ho compresa un po' meglio. È stato un tentativo in un consiglio che non si sbloccava. Aveva delle caratteristiche che non ho apprezzato. Per essere chiari: non abbiamo mai votato in consiglio, non c'erano candidature».
La sua ricandidatura mette fuori gioco altre figure?
«No. Partiamo tutti dallo stesso punto: siamo una realtà democratica, andremo sul territorio a presentare i candidati, la competizione è aperta, né mi ritengo privilegiato. Ma abbiamo lavorato bene in un contesto non facile. Se avessimo fatto una sintesi alla fine di novembre ci sarebbero state valutazioni positive, poi nelle dinamiche di consiglio hanno prevalso visioni diverse».
Ci sarà un altro candidato?
«Non scommetterei un soldo su questo. Aspetto con curiosità anche io per capire».
Ma la cooperazione è in crisi?
«Siamo un movimento sano, in grado di affrontare tutto e non vedo crisi, pur se qualcuno la pensa in maniera diversa. Abbiamo aperto tavoli di confronto, siamo andati a sondare stakeholder e non ho rilevato particolari critiche su quello che facciamo. Non tutto si fa in maniera adeguata, ma il giudizio complessivo è positivo».
Quali sono i punti essenziali su cui vuole puntare?
«La continuità. Sono stati anni difficili, non c'è una scuola per fare il presidente, c'è un problema di relazioni anche a livello europeo. Ci vuole continuità e il ricambio generazionale che ho sempre incentivato e sollecitato perché dobbiamo preparare il futuro della cooperazione».
I rapporti con la politica funzionano?
«Ho sempre voluto tenere una relazione istituzionale. Ci deve essere collaborazione nelle rispettive identità senza confondere gli obiettivi e in un rispetto reciproco».
C'è chi dice che la Cooperazione ha abbandonato i valori di don Guetti…
«Bisogna stare attenti, guardare troppo indietro non porta frutti buoni. Don Guetti è stato un grande innovatore nel mondo sociale, con grandi valori ancora validi. Ma riproporre le regole di don Guetti è un esercizio che ci porta da nessuna parte. Quei valori vanno adeguati e innovati e bisogna costruire una classe dirigente portatrice di valori, coniugando l'attività di impresa con l'ambito valoriale».


