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TRENTO. In Trentino cala leggermente la quota di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale, ma il dato resta elevato e coinvolge circa 58mila persone. Secondo i dati Istat, nel 2025 l’indicatore si attesta al 10,8%, in lieve flessione rispetto all’11% del 2024. Un miglioramento contenuto che, secondo Cgil, Cisl e Uil del Trentino, non basta a descrivere la difficoltà quotidiana di migliaia di famiglie.
A intervenire sono i segretari generali Andrea Grosselli, Michele Bezzi e Walter Largher, che parlano di numeri “non del tutto soddisfacenti” nonostante la ricchezza complessiva garantita dall’Autonomia. Per i sindacati il punto più critico è che la fragilità sociale continui a pesare anche in una fase in cui l’occupazione cresce e la disoccupazione resta ai minimi degli ultimi anni.
Nel confronto con altri territori del Nord, osservano ancora le organizzazioni sindacali, la provincia continua a collocarsi dietro realtà come Valle d’Aosta, Alto Adige ed Emilia-Romagna. Un elemento che, nella lettura di Cgil Cisl Uil, impone una revisione delle politiche pubbliche, andando oltre misure episodiche e bonus una tantum per rafforzare invece gli strumenti strutturali di contrasto allo scivolamento nella povertà.
Il sindacato chiede quindi che la ridefinizione dell’assegno unico provinciale e il prossimo confronto sul piano industriale diventino occasioni concrete per incidere su salari, stabilità dell’occupazione e tenuta del welfare. La linea indicata da Grosselli, Bezzi e Largher è netta: solo un sistema di protezione sociale più forte, insieme a posti di lavoro più sicuri e meglio retribuiti, può ridurre davvero il numero di persone che in Trentino restano esposte al rischio di impoverimento.


