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TRENTO. Il padre maltrattato ha accettato le scuse e il figlio, in carcere da quasi quattro mesi per aver alzato le mani contro il genitore, è pronto ad affrontare un percorso di riavvicinamento familiare. Le premesse ci sono e il tribunale, nei giorni scorsi, ha dato il via libera ad un programma di giustizia riparativa, come chiesto dall'indagato.
Quest'ultimo dunque si impegna a partecipare ad incontri con professionisti e anche alla presenza della vittima per comprendere gli errori e superarli, recuperando così il rapporto: se questo percorso avrà buon esito, in caso di condanna (per maltrattamenti la pena va da 3 a 7 anni di carcere) potrà beneficiare di uno sconto della pena.
L'indagato, un cinquantenne residente in val di Fiemme, era stato arrestato a fine novembre dai carabinieri in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare per maltrattamenti nei confronti del padre, con l'aggravante di aver agito per futili motivi e per aver alzato le mani su una persona con cui c'è un rapporto di parentela. Un comportamento di per sé riprovevole, e ancor più grave tenendo conto che il genitore è malato, in cura per una patologia: soggetto fragile eppure bersaglio di minacce ("Ti rompo", "Ti spacco la testa") e di offese.
L'episodio più violento risale all'inizio di novembre quando il cinquantenne non si era limitato alle parole e aveva colpito il genitore al volto ed alla testa, costringendolo alle cure del pronto soccorso (5 giorni di prognosi).
Erano intervenuti i carabinieri ai quali il cinquantenne si era rivolto con una frase minacciosa: «Ho le molotov», aveva detto. Nella sua disponibilità erano state trovate sostanze infiammabili in contenitori di plastica, non vere e proprie bottigliette incendiarie. L'atteggiamento violento dell'uomo aveva però fatto scattare la segnalazione dei militari in procura, con l'attivazione del "codice rosso".
Il cinquantenne era stato arrestato. Davanti al giudice, nell'interrogatorio di garanzia, l'uomo si era detto dispiaciuto per l'accaduto, ammettendo la sua dipendenza da sostanze stupefacenti e alcol, come emerso anche dalla documentazione del Serd presentata in udienza. Nei giorni scorsi si è aperto il procedimento davanti al collegio del tribunale.
L'avvocato Marco Vernillo, difensore dell'uomo, ha evidenziato la necessità di una riconciliazione tra le parti, trattandosi di un caso di maltrattamenti tra persone conviventi. Il collegio presieduto da Claudia Miori con i giudici Massimo Rigon e Lucia Piccinni, ha accolto la richiesta e ammesso l'imputato alla giustizia riparativa, stimando in sei mesi il termine del percorso.
Il rapporto violento e caratterizzato da continue tensioni potrebbe dunque essere ricucito grazie all'impegno del figlio e alla decisione del padre di partecipare agli incontri. La giustizia riparativa, introdotta dalla Riforma Cartabia, non si sostituisce al processo penale, ma si pone come uno spazio di ascolto, dialogo e riparazione, come un «percorso parallelo, autonomo e volontario», fondato sul consenso sia della persona indagata che della vittima.


