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TRENTO. Degrado, impunità, minacce personali e assenza di tutela istituzionale. Queste le parole da utilizzate da un operatore delle forze dell'ordine in servizio a Trento - che ha voluto mantenere l'anonimato - in una lettera aperta, nella quale ha voluto descrivere «la realtà quotidiana vissuta nella zona della Portela e della stazione».
«Cammino tra le vie del centro e penso: oggi non sono un operatore delle forze dell'ordine, oggi sono uno spettatore - si legge - Perché intervenire serve a poco, a volte a niente. Chi ruba, chi spaccia, chi molesta. Lo fermiamo, lo identifichiamo, lo denunciamo. Poi, in meno di ventiquattro ore, è di nuovo lì. E noi siamo lì a spiegare ai cittadini perché non possiamo fare di più. La verità? Nessuno ci dà gli strumenti per farlo. Appena si arriva a Trento, uscendo dalla stazione ferroviaria o percorrendo le vie attorno alla Portela, l'immagine che accoglie chiunque - cittadino, turista, studente - è desolante: persone sdraiate ovunque, spaccio a cielo aperto, piccoli furti, molestie. Il cuore della città, invece di rappresentare un biglietto da visita, è diventato un campo neutro, dove vige un'apparente impunità e un disinteresse diffuso. Chi frequenta quotidianamente quelle zone - per lavoro o per necessità - sa bene che i soggetti che alimentano questa spirale di degrado sono sempre gli stessi. Nomi, volti, schede. Fermati, identificati, denunciati. Talvolta arrestati, ma subito rilasciati, spesso con un semplice obbligo di firma che, nella pratica, non impedisce loro di continuare a delinquere».
E aggiunge: «Il sistema giudiziario, vincolato da norme e orientamenti interpretativi sempre più "garantisti", ci costringe a lottare ogni giorno, non solo contro chi delinque, ma anche per far comprendere che certe situazioni richiedono interventi più incisivi. Non è raro trovarsi davanti a decisioni che vanificano ore di lavoro: richieste di arresto respinte, misure cautelari negate perché ritenute sproporzionate, fascicoli che si chiudono con nulla di fatto».
Secondo l'agente, però, a tutto questo si aggiunge «qualcosa di ancora più grave e sottovalutato», e cioè «le continue minacce che noi operatori delle forze dell'ordine riceviamo, anche nella vita privata».
«Ci troviamo a dover convivere con intimidazioni, insulti, aggressioni verbali e fisiche, come se fosse normale. Come se fosse il prezzo da pagare per aver scelto questa divisa. E la cosa più sconfortante è che tutto questo non genera più nemmeno indignazione. È diventato parte della normalità. Un sintomo evidente di quanto il confine tra legalità e illegalità si sia assottigliato fino a diventare invisibile. Ormai non siamo più percepiti come servitori dello Stato, ma come valvole di sfogo. Ci si aspetta che sopportiamo tutto - dalle minacce agli sputi, fino alla violenza fisica - in silenzio. E lo facciamo, perché crediamo in quello che rappresentiamo. Ma a che prezzo? Nessuno sembra preoccuparsi del nostro benessere mentale, emotivo e familiare. Spesso siamo vittime di episodi di violenza, aggressioni, danneggiamenti: macchine di servizio spaccate, divise lacerate, colleghi con lesioni gravi o ricoverati per giorni».
E oggi la parola di un servitore dello Stato «paradossalmente non ha più alcun peso». Il risultato? «Ansia. Stress. Malessere. Isolamento. Perché anche quando sai di aver fatto solo il tuo dovere, convivere con l'idea che chi ti ha aggredito è libero e tutelato mentre tu affronti procedimenti, accuse e sospetti, ti logora dentro e fuori».
Non solo. «Sempre più spesso veniamo additati come aggressori, come se ogni nostro intervento fosse sproporzionato o brutale. Ma nessuno si chiede cosa c'è dietro una manovra decisa, un'azione energica, un fermo eseguito con urgenza. Stiamo rispondendo a una violenza che è già avvenuta, che si è riversata su commercianti, cittadini, donne, bambini. E noi, nel momento in cui dobbiamo bloccare chi ha appena rapinato, aggredito, stuprato, dobbiamo preoccuparci di non sembrare troppo decisi, di non stringere troppo le manette, di non dire la parola sbagliata. Perché subito arriva l'accusa: fascisti, razzisti, violenti. Ma chi ci protegge mentre cerchiamo di proteggere? Perché ogni volta che dobbiamo intervenire, dobbiamo valutare prima i rischi penali per noi stessi, le conseguenze familiari, mediatiche, personali?».
Insomma: «Il risultato è che cominciamo a trattenerci, non perché vogliamo farlo, ma perché sappiamo cosa potrebbe accadere dopo. Chi tutela chi tutela? È una domanda che ci poniamo spesso. Perché quando chi cerca di proteggere i cittadini si ritrova ad essere più vulnerabile di chi infrange le regole, forse è il momento di aprire un dibattito serio. E magari, ripartire dal rispetto delle regole, per tutti».


