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«Shock commerciale da mucca pazza». La diagnosi non ammette dubbi: non sono solo i mercati finanziari a bocciare il business della fettina, punendo le società del settore. Sono prima di tutto i consumatori: l’ultimo bollettino statistico della Provincia sulla produzione lorda vendibile dell’agricoltura conferma un consistente crollo dei prezzi nel comparto zootecnico.
A partire dal 1996, primo anno di emergenza mucca pazza, il trend di crescita dei prezzi della produzione si è invertito: dal più 8,24% registrato tra 1994 e 1995 in provincia di Trento si è passati al meno 7,58% dell’anno successivo fino all’ultimo dato registrato (1998, su prezzi del 1999): meno 4,36%. In valori assoluti, la produzione lorda vendibile del comparto zootecnico è passata in pochi anni da quasi 215 miliardi a meno di 185. Solo nel ’96, anno zero della Bse, la contrazione è stata superiore al 10%. Indiziato numero uno, per questa recessione di settore, il mercato dei bovini. Che ora, con la nuova e più violenta esplosione dell’emergenza Bse, rischia il collasso.
In ballo c’è un fatturato stimato in una quarantina di miliardi, e già i maggiori grossisti della provincia hanno registrato cali della domanda che vanno dal 40 al 70%. Numeri che la mucca 103 cresciuta nell’allevamento di Pontevico e macellata a Ospedaletto Lodigiano, la prima mucca italiana a cui è stata riscontrata l’encefalopatia spongiforme bovina, potrebbe spingere al ribasso in un vortice senza fine.
Attenzione, però, rilancia da parte sua Mario Tonina, dirigente della Federazione allevatori: la mucca pazza, da flagello economico, può trasformarsi in una nuova opportunità di sviluppo sul mercato. A tutto vantaggio della produzione nostrana che coprirebbe solo un terzo del fabbisogno provinciale.
«Nelle ultime settimane - spiega Tonina - il nostro punto vendita, che offre esclusivamente carne trentina, ha registrato un aumento del 30% delle vendite. Lo spazio c’è». Ma la carne trentina esiste davvero? O ha ragione uno dei grossisti più importanti del nostro mercato, Manuel Furlani, che solleva pesanti dubbi sulla possibilità di parlare di prodotto nostrano? Proviamo, per fare chiarezza, a ripercorrere la strada di mucche e vitelli. Partiamo dalle cosiddette mucche da latte da fine carriera, quei capi, cioè, che per infortuni, vecchiaia o scarsa produttività, vengono destinati al macello. Sono circa 5.000. Mediamente hanno più di sei anni e dunque potrebbero essere state nutrite con le farine animali, soprattutto se provengono dall’estero. Vengono utilizzate per insaccati (le parti migliori) e per la produzione di cibo per cani.
Dal gennaio di quest’anno, in ogni caso, tutti i capi oltre i 30 mesi di età debbono essere sottoposti al test. I vitelli da latte, cioè la carne bianca, sono tra i 12 e i 13 mila capi. Vengono macellati tra i 6 e gli 8 mesi di età e comunque non oltre i 10. Alta la percentuale di capi importati. Per quanto riguarda i vitelloni e la produzione di carne rossa, questi vengono generalmente acquistati all’età di 6-8 mesi e portati all’ingrasso fino ai due anni. Si tratta di incroci di razze più redditizie rispetto alle nostre, provenienti principalmente da Francia e Est europeo. Solo che vengono allevati in provincia per un anno o più e poi finiscono sul bancone come carne trentina. Poi ci sono le vacche da riproduzione, tra i 3 e i 4 mila capi, vendute agli allevatori con delle aste ma non destinate al mercato della carne.


