ROVERETO. «È iniziata la mia battaglia personale» ha dichiarato Luisa Filippi, già assessora alla Contemporaneità con deleghe alle Politiche giovanili e alla Cultura dal 2010 al 2015, poi capogruppo del Pd nella prima giunta Francesco Valduga. «Sotto ogni foto di modelle evidentemente sottopeso non starò zitta - si legge sul post pubblicato sulla sua pagina Facebook -. Per tutta la mia adolescenza il modello di riferimento è stato questo fisico».

E il fisico al quale si riferisce Filippi è quello di una ragazza in jeans chiari e canotta bianca al centro dell'immagine pubblicitaria di un noto brand italiano di abbigliamento da donna.

Filippi, il tema da lei sollevato si è riacceso proprio in questi giorni per via di alcune immagini di Zara bloccate nel Regno unito perché giudicate "irresponsabili". Foto che presentavano modelle descritte dall'autorità garante con "clavicole sporgenti e visi smunti". Nessun passo in avanti, dunque?

«Ultimamente mi pare stia tornando l'estetica alla Kate Moss che dominava negli anni Novanta e che ha condizionato un'intera generazione. Pensavo avessimo superato quel modello di corpi femminili magrissimi e di volti emaciati, insomma l'immagine della "toxic girl". Credevo che i problemi dei canoni di bellezza attuali fossero legati soprattutto alla chirurgia estetica, oppure ai filtri applicati alle foto che circolano sul web. Tutte immagini che mostrano volti e corpi di fatto inesistenti in natura, modelli di perfezione totalmente irreali. Invece ecco ora ritornare in passerella e nelle pubblicità modelle con corpi talmente magri da sembrare malati. Io speravo che per le nuove generazioni la normalità dei corpi fosse un'altra».

Il suo post si chiude con un riferimento al ruolo di madre…

«Certo, perché da mamma di una bambina di undici anni mi preoccupo molto e vorrei che mia figlia crescesse con altri modelli davanti agli occhi. Credo che in tutta questa costruzione di modelli di bellezza inesistenti ci sia una responsabilità sociale e sarebbe bello che anche le case di moda se la assumessero. Certo la magrezza è sempre salita in passerella, ma negli ultimi mesi leggo spesso su vari articoli di settore dell'attuale ritorno alla moda degli anni Novanta. Ma così sta tornando anche quel modello di magrezza estrema che viene poi esplicitato soprattutto nelle campagne pubblicitarie di linee rivolte alle giovani, come quella di Marella jeans che io ho commentato».

Eppure molti brand negli ultimi anni hanno lanciato campagne pubblicitarie che inneggiano alla diversità dei corpi, rispetto al peso, al colore della pelle, alla disabilità…

«Si è certamente sviluppata una sensibilità diversa, tanto che alcuni Paesi si mostrano particolarmente attenti, includendo in passerella modelle plus size o anche limitando certe pubblicità. Come in Inghilterra dove, oltre a fermare la diffusione delle immagini di Zara in questi ultimi giorni, nel tempo sono state avviate importanti campagne di educazione alimentare per promuovere il consumo di frutta e verdura e stili di vita sani».

È un tema che continua a restare prettamente femminile?

«Sì, anche perché le oscillazioni di peso riguardano più frequentemente noi donne. Siamo sottoposte a continui cambiamenti del corpo, in adolescenza, e poi per la gravidanza, l'allattamento, gli sbalzi ormonali. Ma se il corpo sottopeso viene riportato come condizione di bellezza, se non ci sono controlli e vincoli, poi possono esplodere problemi di accettazione di sé, soprattutto per le adolescenti che ancora non hanno un'identità solida».

Le iniziative riguardo l'educazione alimentare e la prevenzione dei disturbi però non mancano…

«A livello locale è attivo un piano di prevenzione nelle scuole sicuramente importante e efficace. È ovviamente riduttivo pensare che la moda sia l'unico riferimento per le ragazze, ma come madre è un ambito che tengo d'occhio. Cerco soprattutto di insegnare a mia figlia che certi corpi non sono sani, o addirittura non sono nemmeno reali. Più in generale, credo che il rapporto positivo dell'individuo con se stesso e con la comunità passi anche attraverso l'accettazione delle diverse identità, multiple e sfaccettate. Ed anche attraverso il rispetto di corpi che non per forza devono essere perfetti».