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TRENTO. Costretto a svolgere un lavoro che non era quello per cui era stato assunto, messo ai margini, deriso. Un quarantenne trentino ha vissuto per mesi una situazione che faticava a comprendere ed a rielaborare. È "scoppiato" e dopo mesi di cure ha ricevuto la lettera di licenziamento per aver superato i giorni massimi di malattia. La sofferenza psichica maturata in quel periodo è sfociata in una patologia: una depressione che può curare e gestire, ma che costituisce un danno biologico permanente.
Al termine di una battaglia in tribunale, il quarantenne si è visto riconoscere il mobbing, l'illegittimo licenziamento e non solo: il giudice ha evidenziato il nesso causale tra situazione lavorativa e malattia. Il quarantenne era stato assunto nel 1997 da una azienda che si occupa di legatoria e, dopo un anno di lavoro, era stato promosso ad operaio specializzato addetto in via esclusiva alle mansioni di capo macchina.
Da aprile 2015, con il cambio dei suoi referenti "quadri", la situazione lavorativa era peggiorata sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto gli venne cambiato il ruolo: le macchine di cui prima era responsabile ora le doveva pulire, come se fosse un neoassunto. L'evidente cambio di rotta era stato notato dai colleghi, che gli avevano espresso solidarietà. Ma da parte del capo reparto e del capo turno l'ostilità era evidente: «Mi deridevano e mi facevano fare le pulizie» ha dichiarato il quarantenne al giudice.
La situazione era ulteriormente peggiorata quando aveva deciso di fruire del congedo parentale per la nascita dei suoi figli: «Mi dissero: Se vuoi stare in allattamento, almeno fatto crescere le t...e». Nel giugno 2021, dopo aver ricevuto insulti misti a bestemmie, ha avuto un crollo psichico. "Sindrome ansioso depressiva" e "depressione" è stata la diagnosi, che ha comportato una lunga assenza dal lavoro.
L'uomo, assistito dall'avvocato Maurizio Roat, ha chiesto al giudice di riconoscere il demansionamento e le condotte vessatorie subìte. Ha anche sostenuto che le sue assenze dal lavoro - per almeno 194 giorni nei tre anni precedenti al licenziamento per superamento del periodo di comporto - erano dovute all'ambiente nocivo e alla violazione delle norme sulla salute dei lavoratori, motivi da imputare al datore di lavoro.
La società è stata condannata: il giudice Giorgio Flaim ha disposto il reintegro dell'ex dipendente e il versamento a suo favore delle mensilità per il periodo in cui era stato licenziato. Le condotte patite dall'uomo - viene evidenziato nella sentenza - «hanno effettivamente causato l'insorgenza e lo sviluppo nel ricorrente di un disturbo dell'adattamento con ansia e umore depresso, che ha determinato, in suo pregiudizio, un danno permanente all'integrità psico-fisica, di grado pari al 6%». La società dovrà versare 11mila euro a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale permanente.


