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BOLZANO. Il sequestro di 8 milioni di euro ad Aspiag Service Srl, concessionaria del marchio Despar, per frode fiscale e sfruttamento dei lavoratori, «è uno schiaffo in faccia a chi ogni giorno si guadagna da vivere onestamente. È un sistema che calpesta la dignità delle persone, riducendole a meri numeri per abbassare i costi e massimizzare i profitti. Non possiamo accettarlo» afferma in una nota il sindacato UILTuCS Trentino Alto Adige Südtirol. Si riferisce al provvedimento della magistratura, con l’indagine - coordinata assieme al Nucleo di Polizia economico finanziaria di Milano - incentrata sul «fenomeno della somministrazione illecita di manodopera» e i cosiddetti “serbatoi” di lavoratori. Dopo avere accertato l’utilizzo di presunte false fatture, è emerso che i rapporti di lavoro «con la società committente - ha spiegato il procuratore Marcello Viola - sono stati schermati da società filtro che a loro volta si sono avvalse di diverse cooperative (le società “serbatoio” appunto), che hanno sistematicamente omesso il versamento dell’Iva e degli oneri di natura previdenziale e assistenziale». Manodopera che quindi solo formalmente lavora per cooperative, ma che in realtà lo fa per conto di colossi del settore, senza nemmeno, questa l’accusa, ricevere i contributi previsti.
Dura la Uil: «Gli appalti non sono il problema in sé, ma lo diventano quando vengono trasformati in uno strumento per sfruttare i più deboli. Non dobbiamo rassegnarci a questa deriva. Gli strumenti ci sono, ma vanno usati per creare lavoro dignitoso, non per alimentare un sistema di diseguaglianze» dichiara Stefano Picchetti, Segretario regionale UILTuCS.
«Va detto che il sistema degli appalti di servizi nasce per garantire un costo inferiore rispetto alla gestione interna del servizio. Eppure, in pochi si fermano a riflettere sul perché una portinaia, un uomo delle pulizie, un guardiano o una lavoratrice della logistica costino di meno quando sono gestiti da società in appalto. La risposta è tanto semplice quanto inquietante: salari più bassi, meno tutele, contratti precari. Questo non è risparmio: è sfruttamento.
Non possiamo ignorare che Aspiag Service abbia sede in via Bruno Buozzi a Bolzano, nella nostra regione. Bruno Buozzi è stato uno dei “padri” della UIL e un simbolo di lotta per la giustizia sociale e per la dignità del lavoro. Questo legame simbolico deve farci riflettere profondamente su quanto ci sia ancora da fare per onorare quei valori che Buozzi ha incarnato: lavoro equo, rispetto, e diritti per tutti.
Detto questo, la UILTuCS riconosce l’importanza del principio di presunzione di innocenza e confida che la magistratura, come sempre, svolgerà il proprio lavoro con scrupolo e rigore, accertando le responsabilità di chi ha eventualmente agito al di fuori della legge.
Dietro i numeri, ci sono volti, storie, famiglie che pagano il prezzo di un sistema malato. «Chi si arricchisce giocando con la vita delle persone sta contribuendo a distruggere il tessuto sociale e il senso stesso di comunità. Non è solo una questione di legalità, ma di rispetto per le persone, per il lavoro, per la nostra società» continua Picchetti.
«La UILTuCS non rimarrà a guardare, servono azioni chiare e immediate. Chiediamo controlli veri, non solo sulla carta, per fermare le frodi e garantire che le regole siano uguali per tutti, e sanzioni esemplari per chi sfrutta il lavoro e alimenta queste pratiche.
Ma controlli e sanzioni non sono sufficienti se non vengono accompagnati da un cambiamento culturale: gli appalti non devono essere sinonimo di precarietà, ma strumenti per creare valore, non per distruggerlo!
La dignità non è una voce di bilancio da tagliare. È un diritto fondamentale e non arretreremo di un millimetro nella difesa di chi lavora,” conclude Picchetti.
Questa vicenda deve servire da monito. Non vogliamo più leggere storie di sfruttamento come questa. Le istituzioni, le imprese, le associazioni di categoria: tutti devono fare la propria parte. Noi, come UILTuCS, continueremo a lottare con tutte le nostre forze per un lavoro che rispetti le persone. Perché senza rispetto non c’è futuro».


