TRENTO. Non è che ogni crimine nasconda una malattia psichiatrica, lo psichiatra e in generale il servizio di salute mentale non è il deus ex machina capace di prevedere e quindi evitare i reati, soprattutto, i pazienti psichiatrici sono pazienti come gli altri. Questo evidenzia, in un lungo documento, un gruppo di professionisti dell'Unità operativa di psichiatria del dipartimento transmurale Salute Mentale.

La lettera è sottoscritta da 92 operatori, di cui 24 psichiatri, 17 Tecnici della riabilitazione psichiatrica, 16 infermieri, 16 educatori professionali, 4 operatori, 1 operatore socio-sanitario (OSS), 12 esperti in supporto tra pari, 2 membri del Gruppo di Progettazione Partecipata. Una lettera - è facilmente intuibile - che nasce dalla ridda di commenti che ha seguito il delitto di Rovereto, dove il 5 agosto Iris Setti è stata assassinata da Nweke Chukwuka, uomo che da tempo aveva dato segnali di grande disagio. E per questo in molti hanno iniziato a chiedersi e chiedere se i servizi - sociali, magistratura, forze dell'ordine, azienda sanitaria - non avrebbero potuto fare di più, quando non avrebbero potuto prevenire il delitto. Non è così, osservano ricordando come i manicomi che allontanano comportamenti inadeguati per la società siano un modello superato.

E si dicono preoccupati «per la nuova deriva che si sta diffondendo nella società e in gran parte delle istituzioni per cui ci si aspetterebbe che i Servizi di salute mentale si facessero garanti dell'ordine pubblico, prevedendo, prevenendo e contenendo il compiersi di eventuali reati tutte le volte in cui si ipotizzi una minaccia in tal senso».

«Del resto - proseguono - in una società dove l'esistenza del male, della sofferenza e finanche della morte è considerata un grande tabù, comprendiamo come sia più semplice e rassicurante immaginare che alla base di ogni atto violento e criminale ci sia una patologia psichiatrica che lo giustifichi. Infatti, se il male è causato da una patologia, basta curare la patologia per evitare che il male si compia. Per quanto non sia facile da accettare, dobbiamo però dirci con onestà che le cose non stanno così. Fino a prova contraria, le persone sono libere di scegliere, anche di compiere il male, e va loro restituita la responsabilità delle proprie azioni. Se non accettiamo questo, si corre il rischio (purtroppo già realtà) di delegare in toto ai Servizi di Salute Mentale la gestione di problemi che non possono trovare soluzioni unicamente nella Psichiatria. Non si può pensare infatti che un Tso o la riapertura di strutture simil-manicomiali (più volte caldeggiata da qualcuno) possano essere la panacea di tutti i mali. Il problema è molto complesso e, come tale, merita una risposta altrettanto articolata».

Quanto ai fatti di Rovereto, in attesa di capire un po' meglio, «quello che è certo, però, è che l'autore del reato viveva una innegabile condizione di forte disagio sociale e, con tutta probabilità, esistenziale, dal momento che si trovava in un paese straniero, senza fissa dimora, senza lavoro, separato da moglie e figli collocati altrove. Se partiamo dal presupposto che, non tutti, ma molti dei reati maturano all'interno di contesti di grande disagio sociale, di povertà a tutti i livelli, di alienazione che genera devianza, una delle risposte per provare a contenere la criminalità che da essi scaturisce è quella di agire su questi contesti per modificarli e ridurre in tal modo i rischi di potenziali degenerazioni».

«In conclusione, cosa fare? Crediamo che la risposta a questa domanda debba essere necessariamente corale. Per questo proponiamo che i servizi (sanitari e sociali), le istituzioni, l'associazionismo, i rappresentanti dei cittadini possano sedersi tutti allo stesso tavolo per dialogare tra loro, approcciare il problema a 360° ed individuare soluzioni concrete, efficaci e condivise».