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Abbiamo di che ubriacarci e non una volta soltanto; ma sarà una sbornia triste se le cose continuano di questo passo e il vino rimane nelle botti a invecchiare. Migliaia di ettolitri stanno aspettando un acquirente, a ricordo della vendemmia 1973; altre migliaia (900.000) sono il regalo dell’autunno scorso, che ce l’ha messa tutta per dare un prodotto di qualità e abbondante per giunta. Ma il gioco del destino ha messo in palio 1.251.000 quintali di uva senza trovare poi la strada giusta sulla quale infilarli; addirittura l’esportazione è calata di oltre il 12 per cento e i produttori si mettono le mani nei capelli, correndo dietro alle cause della situazione.
Non c’è dubbio che cause ne esistono parecchie, prima appunto quell’eccesso di produzione che la natura in buona fede ha regalato; superproduzione, del resto, concomitante a quella di altri paesi di solito buoni clienti delle cantine trentine, che ora invece hanno raggiunto la saturazione. Ma non basta, a monte saltano fuori sofisticazioni e facilonerie, che hanno spedito all’estero cisterne di prodotto pessimo, concorrenziale sui prezzi e nel complesso tale da rovinare la piazza ai produttori che seriamente mettevano a disposizione ottimo vino, per forza di cose più caro.
Resterebbe da ricorrere a quel provvedimento comunitario che prevede la distillazione agevolata stabilendo il prezzo a 1316 lire al grammo ettogrado. Ma la contrattazione è quasi paralizzata perché i contingenti ammessi sono limitati a 4 milioni di ettolitri su tutto il territorio nazionale; a questo proposito la Cee sta vagliando la richiesta d’un provvedimento che quintuplichi il contingente. Questo potrebbe essere uno sbocco della crisi (ma non la soluzione) dal momento che il prezzo stabilito è assai favorevole per i produttori.
Ma non è tutto qui: basta pensare che negli ultimi 5-6 anni 80.000 ettari di nuovo terreno vitato sono entrati in produzione, grazie anche ai contributi Feoga. A questo punto, ed è il parere del comitato vitivinicolo, bisogna dare un taglio, e bisogna darlo considerando con estrema attenzione e serietà quali sono i terreni a vocazione viticola e quali no.
Allo stesso modo, pensiamo, in cui bisogna decidersi a eliminare l’eccessiva proliferazione di nomi di fantasia, che portano all’estero soprattutto una grande confusione sull’origine e sulla qualità del vino, e a puntare invece sulla produzione Doc.
A questa considerazione dà forza l’evidenza: infatti alcune cantine, tanto per fare un esempio, della Rotaliana hanno piazzato bene il Teroldego Dpc, apprezzato in Italia e anche all’estero, e per i Doc non rimane un fatto isolato. Per uscire dalla crisi il comitato vitivinicolo ha stilato un ordine del giorno, sul quale invita le autorità competenti a meditare profondamente.


