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TRENTO. Gli Stati membri devono riconoscere legalmente l'identità di genere delle persone trans: lo ha stabilito la Corte di giustizia dell'Unione Europea nella sentenza relativa alla causa Shipov (C-43/24).
Il caso riguarda una cittadina bulgara residente in Veneto, il cui procedimento davanti ai tribunali bulgari si trascinava da quasi dieci anni a causa di un'interpretazione restrittiva della Corte costituzionale bulgara, che aveva di fatto bloccato ogni possibilità di rettifica anagrafica. La Corte ha chiarito che le norme europee ostano a una legislazione nazionale che impedisca la modifica dei dati di genere nel certificato di nascita di un cittadino che abbia esercitato il diritto di trasferirsi in un altro Stato membro. I giudici nazionali non possono inoltre essere vincolati da interpretazioni costituzionali interne in contrasto con il diritto dell'Unione.
La sentenza accoglie le tesi sostenute dall'avvocato Alexander Schuster, del foro di Trento, che ha assistito la persona trans nel giudizio davanti alla Corte di Lussemburgo. "L'esito è molto positivo e conferma l'impegno dell'Unione per la tutela dei diritti fondamentali e delle minoranze", ha dichiarato Schuster, ricordando che "Ungheria, Slovacchia e Bulgaria oggi negano alle persone trans il diritto di avere documenti conformi alla loro identità, alla loro persona", e che d'ora in poi "anche le cittadine e i cittadini di questi Stati potranno muoversi liberamente nell'Unione nel pieno riconoscimento di ciò che sono".
La diretta interessata, che vive stabilmente in Italia da anni, ha espresso sollievo per l'esito: "Questa decisione mi consentirà finalmente di avere un passaporto bulgaro che rispetta ciò che io sono sempre stata da quando ho ricordo, sin dalla mia infanzia: una donna". Ha aggiunto che il riconoscimento formale le permetterà "finalmente di trovare un lavoro senza essere discriminata".


