TRENTO. Lezione davanti agli studenti di Mesiano, in un'aula che la vide studentessa, per Katia Bertoldi, professoressa di Meccanica Applicata all'università di Harvard. Nata nel 1978, cresciuta a Civezzano, diplomata al Liceo Classico "Prati, laurea e dottorato all'Università di Trento, la docente si è trovata al cospetto di una platea composta da numerosi studenti internazionali: nulla d'insolito per lei, abituata al contesto di Harvard, l'ateneo bostoniano che attira talenti da tutto il mondo. Ma, con la presidenza di Donald Trump che ha messo nel mirino gli atenei più prestigiosi d'America che non si piegano all'agenda Maga, la situazione potrebbe cambiare. L'inquilino della Casa Bianca ha ordinato la messa al bando dell'ingresso degli studenti internazionali, linfa vitale per le università della "Ivy League" . «Nella mia equipe tolti gli studenti di origine straniera rimarremmo in due o in tre, sarebbe una mazzata», fa notare Bertoldi, «Trump prende di mira le università perché sa di non avere nessun appoggio elettorale nel mondo accademico».
Le chiediamo se sia a conoscenza della vicenda di Francesca Gino, la ricercatrice originaria di Tione che è stata accusata da Harvard di aver manipolato delle ricerche per supportare le sue tesi in ambito socio-economico, accuse respinte dalla ricercatrice trentina: «Non l'ho mai conosciuta. Di questa vicenda so solo quello che si è letto sui giornali», risponde Bertoldi.
Professoressa Bertoldi, il suo percorso l'ha portata dal Liceo Prati all'ingegneria civile. Quando ha scoperto la sua inclinazione per le materie tecniche?
«Ah, il mio vecchio "Prati" ! Mi avevano detto di non farlo perché era troppo difficile, così per il gusto della sfida intrapresi quel percorso. Mi resi conto che le traduzioni dal greco e dal latino non facevano per me, ma ancora oggi ritengo mi siano servite. In fondo sono esercizi di logica che possono essere di grande utilità. Scoprii ben presto il mio interesse verso l'ingegneria. Adoravo e adoro i ponti, mi affascinano».
C'è un'opera ingegneristica che la emoziona particolarmente?
«Sicuramente il Ponte di Brooklyn. Lo conosco fin da quando ero bambina e mi ha sempre lasciata a bocca aperta».
L'Università di Trento in cosa fa bene e in cosa potrebbe migliorare?
«Questo andrebbe chiesto ai colleghi che lavorano qui, ma dell'Università di Trento ho un ottimo ricordo, dà un'ottima formazione, ho trovato insegnamenti di matematica, fisica, scienze delle strutture, di altissimo livello. In generale le università europee danno una formazione eccellente nei livelli intermedi, quelli che corrispondono alla laurea magistrale, migliore rispetto agli atenei americani. Poi, quando si imboccano i percorsi più avanzati, le università statunitensi beneficiano di una maggiore dinamicità e attitudine al rischio».
La scelta di insegnare anziché concentrarsi sulla progettazione è un sacrificio per lei?
«Amo insegnare. Significa trasmettere ai ragazzi la tua passione, è qualcosa che dà un'enorme soddisfazione».
Lei è una delle poche donne ascese ai massimi livelli dell'ingegneria, in particolare dell'ingegneria civile, un settore a enorme prevalenza maschile. È migliorata la situazione?
«Rispetto a vent'anni fa, sicuramente i numeri sono migliorati. Eravamo in tre ragazze su 150 laureati. Molto si è fatto per favorire l'emersione dei talenti femminili, ma certo non si può costringere le ragazze a intraprendere questi percorsi. È un tema complesso, bisogna trovare il giusto equilibrio capace di favorire il riconoscimento del valore delle persone a prescindere dal loro genere».

