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TRENTO. Dare del "cogl..." a una persona può costare caro: non è solo maleducazione, ma si rischia di finire davanti ad un giudice e di dover aprire il portafoglio per risarcire il danno causato dall'offesa. Anche se si tratta di un termine diffuso, entrato ormai (e purtroppo) nel linguaggio corrente, ciò non significa che si possa utilizzare "a piacere" e senza conseguenze. Ed è così che una sessantenne è stata condannata a risarcire la coppia che aveva denigrato e insultato con i termini "cogl..." e "feccia" - mille euro per lui e 500 euro per lei - ed in più dovrà pagare una sanzione per l'ingiuria e le spese del giudizio, per un totale di 6mila euro: lo ha deciso il tribunale, riformando integralmente la sentenza del giudice di pace.
I fatti risalgono alla primavera ed all'estate del 2022 nel contesto di una situazione molto tesa tra vicini. La sessantenne, infatti, è a processo per stalking nei confronti di marito e moglie che abitano nell'appartamento vicino al suo e che sono parenti della coppia denigrata. Le offese verbali sono avvenute in occasione delle visite della coppia ai familiari. «Che feccia, che feccia» aveva urlato la sessantenne dal balcone. «Una bella famiglia, una bella famiglia. Cogl...». «Questo impara dalla finanza (omissis)» aveva aggiunto, riferendosi alla passata appartenenza dell'uomo alle Fiamme gialle. Tali frasi sono contenute in alcune registrazioni. La sessantenne, come era emerso nel corso del procedimento, aveva scritto al comando della guardia di finanza, al consolato tedesco e al sindaco di Riva spiegando la propria versione dei fatti, ovviamente del tutto differente da quella delle persone offese.
La coppia si era sentita denigrata, ma il giudice di pace aveva respinto la richiesta di risarcimento, sostenendo che «l'espressione "cogl..." appare ormai rientrare nel linguaggio comune e benché appaia comunque inopportuna non può da sola essere idonea a configurare l'illecito per cui è stata attivata l'azione civile». Le motivazioni non hanno convinto la coppia, che ha presentato ricorso. L'avvocato Francesco Saverio Dalba nell'atto di appello ha posto l'attenzione sull'epiteto "cogl...", che non è un modo di dire solo dei tempi moderni. «Il tema, ricorrente in Plauto, quando frequentemente utilizza testis nella sua anfibologica accezione di testimone e, al contempo, di ingiuria, ha costituito oggetto di approfondimento anche da parte dei giudici di Piazza Cavour (sede della Cassazione, ndr), i quali correttamente affermano che sia un epiteto "marcatamente dispregiativo, giacché, nell'accezione comune e al di là del significato letterale di "testicolo", tale termine definisce un soggetto stupido ed incapace, tanto da essere considerato ridicolo"». Il tribunale ha accolto l'appello.
«I sistematici attacchi verbali medianti i quali l'appellata ha accostato l'onorabilità della guardia di finanza a espressioni volgari e ha inviato missive denigratorie alle istituzioni superano ampiamente il perimetro del legittimo esercizio del diritto di critica» si legge nella sentenza. Riguardo alle parole offensive, il giudice sostiene che l'utilizzo dei termini "cogl..." o "feccia" non può essere derubricato a mero "linguaggio comune". «Sebbene taluni epiteti - si legge nella sentenza - siano purtroppo frequenti nel parlato quotidiano, la giurisprudenza di legittimità ne ribadisce la natura marcatamente lesiva della reputazione quando, come nel caso di specie, l'espressione sia preordinata unicamente a denigrare la persona, la sua storia professionale e la sua onorabilità dinanzi ai terzi, circostanza che nella specie si verifica in modo cristallino».


