TRENTO. Accusato di aver maltrattato e alzato le mani contro la moglie, un cinquantenne è stato prima portato in carcere, poi condannato a 2 anni e 8 mesi, infine ha rischiato di perdere la responsabilità genitoriale. Tutto ciò per le accuse mosse dalla donna, nonché madre dei suoi figli, con cui ha vissuto gran parte della vita. La coppia, originaria dell'Est Europa, all'epoca dei fatti viveva in Rotaliana.

La moglie aveva raccontato ai carabinieri una situazione drammatica, che continuava da anni, al punto che lei ed i figli erano stati accompagnati in una struttura protetta. Ma era tutto falso: questa la conclusione della Corte d'appello di Trento, che ha assolto con formula piena l'imputato perché il fatto non sussiste. È stata la stessa moglie dell'imputato ad ammettere di essersi inventata tutto.

«In quel periodo litigavamo ed ero arrabbiata con lui. Non mi sentivo amata. Ero confusa quando sono andata dai carabinieri» le dichiarazioni di lei. Tutto, dunque, parte dalla denuncia presentata dalla donna. Il racconto è denso di episodi, anche se alcuni - come rilevato dalla difesa dell'imputato - sono sprovvisti di prove. Erano anni, secondo l'accusa, che l'imputato maltrattava la moglie: insulti, minacce, scenate di gelosia e pure gesti violenti riconducibili al periodo 2018-2023. La donna ha raccontato che in due occasioni era stata costretta a rivolgersi al pronto soccorso: la prima volta per aver assunto farmaci a seguito di una lite, la seconda perché era svenuta dopo che il marito le aveva stretto le mani al collo. Di questi ingressi in ospedale però non c'è riscontro, mancano i referti.

«Mi diceva: "Ti ammazzo, ti spacco la testa"» aveva riferito la donna ai carabinieri, raccontando altri episodi sia recenti che passati, scenate di gelosia e il fatto che il marito le aveva pure vietato di andare a lavorare. Le plurime condotte descritte nella denuncia hanno portato all'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Parallelamente al procedimento penale se ne è aperto un altro al tribunale dei minori per l'affidamento dei figli. Quando l'uomo è riuscito ad ottenere gli arresti domiciliari è accaduto un fatto che la difesa dell'imputato ha voluto approfondire: la moglie, ospitata in una struttura protetta, era tornata nell'abitazione familiare per continuare la convivenza.

La "maretta", insomma, pareva finita. La stessa donna, sentita nell'ambito delle indagini difensive, aveva ammesso che la situazione non era propriamente come descritta ai carabinieri. Invitata a presentarsi davanti al giudice per raccontare come davvero si erano svolti i fatti, non si era presentata. Pur prendendo atto che la moglie, attraverso un documento scritto a mano, aveva sostanzialmente ritrattato, il giudice di primo grado aveva sostenuto che non era comunque escluso che le condotte si fossero realmente verificate. L'imputato era stato condannato a 2 anni e 8 mesi in abbreviato. La difesa ha impugnato la sentenza in appello. Nella ventina di pagine di ricorso, l'avvocato Vincenzo Scaglione ha evidenziato le incongruenze emerse nella vicenda, dalla mancanza di prove per alcuni episodi alle condotte smentite poi dalla stessa vittima, che aveva nel frattempo ritirato la querela per lesioni.

La procura generale si è associata alla richiesta di assoluzione presentata dalla difesa. La Corte d'appello ha dunque riformato la sentenza di primo grado: il cinquantenne è stato assolto dal reato di maltrattamenti in famiglia aggravati «perché il fatto non sussiste», ritenendo non provata la responsabilità dell'imputato e non superato il ragionevole dubbio. L'uomo è tornato nel Paese d'origine assieme a moglie e figli. Data l'assoluzione con formula piena, potrebbe chiedere allo Stato i danni per ingiusta detenzione.