TRENTO. Il paradosso del nuovo Icef: per semplificare le fasce di calcolo dei redditi, favorisce chi guadagna di più. Non c'è solo questo, ma c'è anche questa distorsione, nel nuovo algoritmo di calcolo dell'indicatore Icef, sancita dalla delibera provinciale 1256 del 29 agosto 2025, che ha generato effetti significativi sui nuclei familiari con figli minori.

Non solo, c'è un ritardo da parte degli uffici, per cui i Comuni trentini che devono redarre i bilanci da portare in consiglio entro dicembre, stanno aspettando i dati per decidere le rette degli asili. Ma i dati non ci sono.

Così, i bilanci, che vengono fatti anche sulla base delle entrate dalle scuole d'infanzia, sono in attesa. E i giorni passano. Le rette vengono decise entro novembre per poi riversare i numeri nei bilanci comunali. Ma al momento non c'è nulla e più di un sindaco, informalmente, ha manifestato preoccupazioni al Cal, il Consiglio delle Autonomie Locali. Per ora stanno tutti acquattati, come anatre nel lago. Ma quando i tempi stringeranno si alzeranno le voci.

I primi dati però non sono felici, almeno stando alle prime indicazioni che arrivano dai Caf. Non è ancora possibile fare dei calcoli statistici precisi, perché alcuni dati non sono a disposizione, ma le prime indicazioni non sono positive.

Ad esempio dai Caf della Cgil, su un campione esplorativo di 51 dichiarazioni Icef 2025, esce uno spaccato utile per comprendere le implicazioni concrete delle modifiche.

Il campione analizzato mostra una prevalenza di famiglie con due genitori e due redditi da lavoro (72,5%), seguite da nuclei monogenitoriali (15,7%) e da famiglie con un solo reddito (11,8%). In totale, l'88,2% dei nuclei è composto da genitori occupati.

Tuttavia, in 46 casi su 51 (90,2%) l'indicatore Icef 2025 risulta in aumento rispetto al 2024, spesso in modo sproporzionato rispetto alla crescita dei redditi. Solo in 6 casi l'aumento del reddito supera quello dell'indicatore, mentre nella maggior parte dei casi l'Icef cresce anche quando i redditi sono stabili o in calo.

E, esce ad esempio anche qualche effetto distorsivo: una famiglia con tre figli, monoreddito, ma molto alto, sopra i 92 mila euro, si ritrova un Icef abbassato rispetto a famiglie con due redditi, ma complessivamente inferiori al reddito unico e alto.

Il paradosso è che presumibilmente la famiglia monoreddito non ha bisogno di babysitter perché il genitore non impiegato può pensare ai bambini. La famiglia con due redditi ha necessariamente bisogno di un aiuto familiare e deve spendere, ma l'Icef non gli dà una mano.

Questo fenomeno è attribuibile a due fattori principali: l'aumento del peso del patrimonio mobiliare e immobiliare nel calcolo dell'indicatore e l'eliminazione di alcune deduzioni, in particolare quelle legate al lavoro femminile, alla presenza di persone disabili e ai nuclei numerosi.

Le nuove regole penalizzano quindi proprio le famiglie più fragili, mentre avvantaggiano parzialmente i nuclei con un solo reddito, grazie all'introduzione di una deduzione generica fino a 5.000 euro annui. Tuttavia, questa nuova deduzione non compensa la perdita delle precedenti agevolazioni, come quella per il lavoro femminile che poteva arrivare fino a 13.500 euro annui.

Le simulazioni sull'Assegno Unico Provinciale (Aup) evidenziano ulteriori criticità. Un dato particolarmente significativo è che in 10 casi su 14, nonostante una riduzione del reddito da lavoro rispetto all'anno precedente, l'indicatore Icef risulta comunque in aumento. Questo paradosso mette in luce come le modifiche all'algoritmo abbiano un impatto più forte delle variazioni reddituali, rendendo meno trasparente la relazione tra capacità economica e accesso ai benefici.

Inoltre, l'obbligo di dichiarazione dei redditi da locazione e l'aumento delle deduzioni per le spese mediche e per chi vive in affitto introducono ulteriori variabili difficili da stimare. Le spese sanitarie, in particolare, sono variabili e non sempre documentabili in modo uniforme, rendendo il calcolo ancora più complesso.

I dati confermano che l'algoritmo Icef 2025, pur mirando a una maggiore equità patrimoniale, rischia di colpire duramente il ceto medio, le famiglie con figli minori, soprattutto quelle monogenitoriali e con redditi da lavoro femminile. Insomma, dai primi dati sembrerebbe che una revisione delle soglie e delle deduzioni appaia necessaria per evitare che diventi strumento di esclusione sociale, ma sicuramente la giunta Fugatti non arretrerà.