TRENTO. Tornano a far discutere i numeri delle iscrizioni trentine al Liceo Made in Italy, il percorso formativo istituito a livello nazionale allo scopo di dare vita ad un indirizzo per la valorizzazione del patrimonio italiano. Dopo gli appena 11 iscritti dello scorso anno scolastico, per il prossimo sono scesi a 9, dato che riaccende lo scontro politico con una dura presa di posizione delle consigliere provinciali Francesca Parolari, Lucia Maestri, Paola Demagri e del consigliere Michele Malfer.

In numero che rappresenta appena lo 0,06% dei 14.718 nuovi iscritti complessivi conferma infatti per i consiglieri il «totale disinteresse delle famiglie» verso un indirizzo ritenuto sovrapposto ad altri percorsi già esistenti. Nel documento si evidenziano anche le criticità organizzative: con numeri così ridotti, l'avvio dei corsi richiederebbe il ricorso a classi articolate, con possibili ricadute sull'efficienza e sulla qualità dell'offerta. Viene inoltre sottolineato il contesto di calo demografico, con la scuola primaria in flessione del 4,48%, e il rischio di dispersione di risorse su un indirizzo considerato marginale. Restano inoltre dubbi sulla copertura delle discipline e sull'impianto didattico, inclusa la riduzione delle ore di alternanza scuola-lavoro.

Da qui l'interrogazione alla Giunta provinciale, chiamata a chiarire se ritenga ancora il percorso attrattivo, dove saranno attivate le eventuali classi tra gli istituti Rosmini di Trento e Martini di Mezzolombardo, quali siano i costi di gestione e se non sia opportuno riorientare le risorse verso indirizzi più richiesti. Di suo l'assessora provinciale all'istruzione Francesca Gerosa nell'intervista rilasciata a l'Adige il 29 febbraio era stata chiara sul tema: «I nuovi percorsi hanno sempre bisogno di in un periodo di assestamento».