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TRENTO. Nell’omelia della Messa del 1° gennaio 2026, solennità di Maria Madre di Dio e 59a Giornata mondiale della pace, in un duomo gremito, l’arcivescovo di Trento monsignor Lauro Tisi ha affidato ai fedeli un mandato essenziale e controcorrente: “Siamo chiamati a benedire tutti coloro che incontreremo”, perché il primo atteggiamento del credente è “dire bene”. Di fronte ad un mondo attraversato da guerre e violenze, Tisi ha richiamato la “pienezza del tempo” annunciata da san Paolo: con l’incarnazione, “il tempo si è riempito di senso”.
In Gesù, ha affermato Tisi, Dio si manifesta non come “dito puntato ma una mano che rialza”, una “novità assoluta, non deteriorata dall’usura del tempo”. Guardando all’anno che si apre, l’Arcivescovo ha invitato alla fiducia: “Non sappiamo cosa ci riserverà l’anno che viene ma possiamo essere certi che il Signore si volterà verso di noi”. Anche nella caduta, “Dio – ha assicurato don Lauro – si piegherà ancora di più su di noi”, con la tenerezza di una madre che non perde “neppure una lacrima”.
La benedizione di Dio, ha chiarito Tisi, non coincide con successo o benessere: “Non è salute, denaro o prestigio” ma la certezza di un perdono radicale e di una “pace disarmata e disarmante”, quella che la Chiesa annuncia in ogni Eucaristia con il saluto “La pace sia con voi”. Richiamando le parole di papa Leone, l’Arcivescovo ha messo in guardia dal ritorno dell’antico motto “Se vuoi la pace, prepara la guerra” e dall’uso della fede per “giustificare religiosamente la violenza”.
I credenti sono chiamati a “smentire con la vita – ha ammonito don Lauro – queste forme di blasfemia”, scegliendo la fraternità, il dialogo ed il perdono come vie di sicurezza per le persone e le comunità. Lo sguardo finale è stato affidato a Maria, donna della custodia e dello stupore: in lei la pace è presenza stabile. È Cristo, ha concluso monsignor Tisi, “la Via della Pace” consegnata alla Chiesa per il tempo che viene.
Il testo integrale dell’omelia.
“L’ordine dato da Dio a Mosè e Aronne è perentorio e senza possibilità di interpretazione: sono chiamati a benedire il popolo, a dire del bene. L’invito che il Signore rivolge a ciascuno di noi all’inizio di questo nuovo anno è semplice e lineare: siamo chiamati a benedire tutti coloro che incontreremo. In principio, per prima cosa, siamo invitati a benedire, che lo meritino o no, buoni e meno buoni; prima di ogni altra cosa, come primo atteggiamento, siamo chiamati a dire bene.
Sorge spontanea un’obiezione: per quale motivo dovremmo benedire, quando attorno a noi, in ogni angolo del globo, vediamo armi, morte e distruzione? La risposta ci viene fornita dal testo dei Galati che parla di pienezza del tempo. La frase di Paolo non va intesa nel senso che Dio ha mandato Gesù al momento giusto della storia, ma che nel momento della storia umana in cui Dio ha mandato suo Figlio, il tempo si è riempito di senso.
Tutto questo può sembrare soltanto poesia; in realtà, la riflessione offerta da Paolo sulla “pienezza del tempo” ci porta una notizia decisiva: Dio, facendosi uomo in Gesù, ha introdotto una novità assoluta, non deteriorata dall’usura del tempo. Dio non è dito puntato, ma una mano che rialza.
Cosa ci riserverà l’anno che viene? Non lo sappiamo, ma di una cosa possiamo essere certi: il Signore si volterà verso di noi, i suoi occhi ci cercheranno. E se cadremo e ci faremo male, Dio si piegherà ancora di più su di noi. Lui sarà il nostro confine, curvo su di noi come una madre, perché non gli deve sfuggire un solo sospiro, non deve andare perduta una sola lacrima. Qualunque cosa accada, quest’anno Dio sarà chino su di noi.
La benedizione di Dio non è salute, denaro, fortuna, prestigio, lunga vita, ma la certezza che esiste un perdono radicale: Dio è pace disarmata e disarmante. Non a caso ogni Eucaristia esordisce con il saluto: “La pace sia con voi!”.
“Questa pace – ricorda papa Leone – esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. Chi la nega perde realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura”.
Questa pace, che è Cristo, per essere incontrata e frequentata ha bisogno dell’attitudine alla meraviglia e allo stupore che abita lo sguardo dei pastori, ma soprattutto è presenza stabile nel cuore e negli occhi di Maria. Solo chi esce da sé può attraversare la vita sperimentandone le continue sorprese e novità: lascia il guscio della solitudine e libera il grazie, scoprendo in chi gli sta attorno un fratello e una sorella, non un nemico o un avversario.
La fraternità, abitata dal dialogo e dalla custodia del perdono, percepito non come debolezza e resa ma come vita e forza, è la via maestra per mettere in sicurezza noi stessi e le nostre comunità. Purtroppo, nonostante le terribili devastazioni e sofferenze provocate dalle guerre di ieri e di oggi, sta tornando in auge ed è sempre più condiviso l’antico e folle detto: “Se vuoi la pace, prepara la guerra!”.
Nonostante i fatti raccontino l’esatto contrario, attraverso una scientifica operazione di distrazione di massa viene ridicolizzato chi persegue le vie della pace. Come ci ricorda papa Leone, per conseguire questo obiettivo, nel combattimento politico si utilizzano le parole della fede per benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata.
I credenti – ammonisce ancora il papa – devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome di Dio. Facciamo nostro l’atteggiamento di Maria, che custodiva e meditava nel suo cuore l’evento meraviglioso del bambino deposto nella mangiatoia, in cui abita la pienezza di Dio. È lui la Via della Pace!”


