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TRENTO. Meno cyberbulli rispetto al resto d’Italia, ma più bulli nella vita reale. In Trentino si stima siano quasi 13mila le vittime di atti di bullismo, pari al 18% di scolari e alunni del primo e secondo grado di istruzione. Se dal punto di vista dei soprusi attuati tramite social e messaggistica il dato (13% le vittime tra ragazze e ragazzi di età compresa tra 11 e 13 anni) è il secondo migliore in Italia dopo il 10,4% della Valle d’Aosta (15% il dato nazionale), per quel che riguarda gli atti di bullismo reali, fisici, concreti in provincia si sale al 18%.
A dirlo sono i dati di Save the Children che qualche mese fa ha analizzato questionari e statistiche 2023. Dati attuali proprio quest'oggi, 7 febbraio, giornata nazionale contro bullismo e cyberbullismo, che anticipa solo di qualche giorno la giornata per la sicurezza in rete, il Safer internet day, fissata per il prossimo 11 febbraio.
Dati attuali e non incoraggianti nel loro complesso, anche perché spesso, tra il 13% di vittime di cyberbullismo e il 18% di vittime di bullismo, ci sono gli stessi ragazzi, colpiti a tutti i livelli. Quasi sempre, infatti, chi è vittima di soprusi nel mondo virtuale o deve comunque patire angherie tramite social, app di messaggistica e diffusione di foto e video, lo è anche nel “mondo reale”: con una sovrapposizione che l’Istat stima pari all’88%. Insomma, bullizzati e cyberbullizzati spesso coincidono, dando vita a situazioni pesanti da sopportare e gestire.
A cadere vittima di atti di cyberbullismo sono più frequentemente ragazze e ragazzine, sottolinea l’Atlante, «con i bulli e i propri gruppi di supporter e di gregari (i così detti bystanders) che soprattutto in ambito virtuale lasciano maggiormente emergere pulsioni a sfondo sessuale, figlie di una cultura patriarcale, sessista e maschilista».
Ma, sottolinea l’analisi di Save the Children «non va sottostimato il contributo delle bulle che colpiscono le compagne per isolarle e deriderle. Soprattutto accade negli anni della preadolescenza quando i tempi di crescita non sono uguali per tutti. C’è chi ha un corpo e un modo di essere ancora bambino e chi già si proietta nel mondo adulto. In questa disarmonia di gruppo, si annidano spesso le inimicizie e gli attacchi.
A 11 anni subisce atti di cyberbullismo il 21,1% delle ragazzine contro il 17,2% dei maschi. A 13 anni la distanza aumenta; a essere colpite è il 18,4% di ragazze contro il 12,9% di maschi. A 15 anni si assiste, invece, a un calo generalizzato del fenomeno e a una riduzione del divario tra i due sessi con una percentuale dell’11,4% per le ragazze e di 9,2% per i ragazzi.
Una maggiore capacità di difendersi dagli attacchi, anche di denunciarli, e forse una più concreta consapevolezza dei propri atti, frutto di intense campagne nelle scuole, contribuiscono a questo calo». Numeri che fotografano una realtà non facile da gestire, soprattutto da parte di genitori ed educatori. Il dilemma è quello che accompagna questi ultimi ormai da anni. A che età iniziare a far usare uno smartphone e la navigazione in rete? E come gestire l’utilizzo di quella che è al contempo una infinita risorsa e una potenziale minaccia? Save the Children dice che in regione a utilizzare regolarmente internet soprattutto attraverso uno smartphone è il 62,7% di bambini e adolescenti tra i 6 e i 17 anni. Una percentuale che considerando il solo Trentino sale al 67,3%. Dati comunque inferiori alla media nazionale che è del 73%.
L’analisi. Il bullismo di oggi è più grave, perché resta e lascia tracce indelebili. Non dà tregua e lascia segni digitalmente imperituri. A spiegarlo è la psicologa e psicoterapeuta Serena Valorzi: «Ognuno di noi ha i propri ricordi legati ad episodi di bullismo. Perché da ragazza o da ragazza lo ha subito, perché ne è stato autore, perché vi ha assistito. Ma questo è parte del problema, perché i nostri ricordi dell'infanzia o dell'adolescenza sono ben diversi dal bullismo e cyberbullismo attuale. Si risolveva tutto lì, a scuola, in forme più o meno gravi ma era un fenomeno arginabile. Oggi il bullismo viene anche registrato, filmato, il bullismo e cyberbullismo è fatto di messaggi, screenshot. I segni di ciò che avviene oggi potranno rimanere, anche quando la vittima sarà a sua volta genitore o anche nonno, con effetti devastanti».
Non c'è solo il dolore proprio, ma la consapevolezza che quel dolore, quella vergogna, possono essere esibite dai bulli: «Non c'è solo l'esclusione sociale ma l'esposizione alla rete. Si tratta di forma vessatoria che porta l'umiliazione a livelli inimmaginabili per noi adulti che non abbiamo vissuto questo tipo di violenza. Bullismo e cyberbullismo finiscono per intrecciarsi in maniera devastante, con una potenzialità offensiva terribile".
Ma non ci sono solo vittime e carnefici: "Spesso non basta punire il bullo, si rischia di perpetrare questa striscia di aggressività a cui invece va messa fine. Sempre tutelando la vittima, ovviamente, va compresa la natura dell'aggressività di chi bersaglia qualcun altro, riuscendo a fermare non solo sé stesso ma anche coetanei che potrebbero imitarlo. Si deve comprendere che tipo di rabbia e di disagio animi chi colpisce gli altri per incanalare quella rabbia e quel disagio in forme che non ledano gli altri e possano essere risolutive».
E poi, il ruolo delle comunità: «Fare finta di nulla, sminuire, sorridere di piccole angherie, sono tutte forme di involontaria complicità di questi fenomeni, che vanno senza dubbio evitate. E credo che momenti di riflessione come quelli proposti da queste giornate di sensibilizzazione siano importanti anche per questo».
La scuola è spesso il luogo dove il bullismo si concretizza. Ma anche quello in cui può essere intercettato e fermato. Anche se, come spiega la dirigente dell'istituto Trento 5 Paola Pasqualin «spesso non disponiamo di misure adeguate per prevenire e contrastare questo fenomeno».Dirigente, spesso c'è chi ancora sorride e fa spallucce, nominando il bullismo.«Il mondo cambia, e se qualche adulto di oggi ricorda i piccoli screzi di quando era ragazzo, va detto che oggi non è più così. Bullismo e cyberbullismo sono argomenti serissimi perché la capacità di aggredire è diventata molto più intensa».Il tempo è un fattore determinante.
«Nei nostri istituti, e purtroppo posso dire che è così in quasi tutte le realtà, vediamo bambine e bambini che entrano a 6 anni in situazioni delicate e li vediamo uscire a 13 senza che la situazione sia migliorata, anzi a volte è peggiorata. Un mese per un bambino di 6, 7 o 10 anni, non è come un mese di un adulto. E la stessa cosa vale per un anno. Parliamo di periodi in cui ragazze e ragazzi crescono, si formano, diventano quel che saranno. Abbiamo bimbi che rovesciano banchi, aggrediscono compagni, picchiano maestre. Vogliamo chiamarli bulli? Abbiamo anche ragazzini più grandi totalmente disregolati che non riescono a controllare l'aggressività e nessun'altra emozione.
Vogliamo chiamarli bulli? Si deve intercettare il disagio, oltre a sanzionare.
«E prevenirlo. Credo serva innanzitutto coerenza da parte degli adulti, modelli positivi che regolarmente disattendiamo. Pensi alle aggressioni di genitori verso insegnanti, per non parlare del linguaggio violento e minaccioso che ogni giorno adulti "bulli" di riferimento utilizzano anche nei confronti della scuola. I modelli che offriamo non aiutano. Fai un richiamo e hai una denuncia, dai un 5 e ti scrive l'avvocato. Se anche noi togliamo il 5 o la sanzione, il problema dell'alunno rimane, si rinforza, si evolve e rischia di peggiorare se non agiamo insieme e non dimostriamo che il rispetto e le regole servono per il bene comune, in primis il nostro».
La scuola assiste inerme?
«Certo che no. Ma ci troviamo spesso di fronte a situazioni alle quali insegnanti e docenti non sono professionalmente formati. Un insegnante è un insegnante. Servirebbero educatori, psicologi, assistenti sociali. La scuola fa quello che può ma spesso non basta».
E le famiglie?
«Quando sono consapevoli del problema, sia che riguardi vittime che aggressori, è tutto più semplice e si possono attivare percorsi, anche complessi ma spesso determinanti per il bene dei ragazzi, anche coinvolgendo specialisti, educatori, assistenti sociali, è più semplice. Quando non c'è comprensione e collaborazione tutto è più difficile».
Tornando a scuola, la figura dello psicologo di istituto è ormai realtà diffusa.
«Ed è un bene, ma non basta. Ci sono casi per i quali servirebbe tutti i giorni uno psicologo in classe. Servirebbe un assistente sociale a scuola tutti i giorni, servirebbero figure professionali adeguate che non ci sono. Ed è un peccato, perché con i numeri del Trentino, i casi più gravi potrebbero essere seguiti singolarmente in modo da eliminare situazioni di disagio in tempo».


