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TRENTO. Una storia di vita. E una storia di amore, di quell’amore per il quale non esistono parole o definizioni. Ma è anche una storia di coraggio, che racconta la parte più bella, empatica e competente della nostra sanità: perché per regalare una nuova vita e per salvarne un’altra c’è bisogno di persone che fanno la differenza. Quello che è accaduto a Trento, all’ospedale Santa Chiara, fa trovare nuova fiducia nel mondo della sanità, ma più in generale nella vita. A raccontare è una donna di Trento, Valentina Berloffa, di 37 anni. Che vuole ringraziare le tante persone che l’hanno assistita in queste settimane difficili e ricche di emozioni. «Tutto è iniziato qualche settimana fa: ero incinta della mia terza figlia e stavo vivendo in maniera felice e spensierata questa esperienza.
Poi una visita di controllo all’ospedale di Rovereto cambia tutto improvvisamente». Un controllo di routine che non dà l’esito sperato: qualcosa nella placenta sta crescendo in modo sbagliato, per riassumere in maniera magari poco medica ma più comprensibile la situazione. Nel giro di pochi giorni il primario di Ginecologia di Trento Fabrizio Taddei convoca la mamma: «Senza tanti giri di parole mi ha spiegato che la gravidanza stava mettendo a rischio la mia vita e che era necessario intervenire al più presto. Mi dice che l’operazione sarà lunga, complicata e rischiosa, ma insieme all’equipe faranno il possibile per farmi partorire e poi, dopo l’operazione, farmi tornare sana e salva dalla mia famiglia». E a quel punto sono, comprensibilmente, lacrime e paura. In un momento di gioia, arrivano pensieri che invadono la testa, preoccupazioni, ansia. «Mi è crollato il mondo addosso, mi sentivo sospesa: vedevo da una parte i miei due bambini e immaginavo il volto della terza in arrivata, ma dall’altra vedevo la paura».
Nel frattempo in ospedale l’equipe si organizza, perché non c’è tempo da perdere: Taddei mette in squadra Arrigo Nozza, oncologo di ginecologia e Tommaso Cai, primario di Urologia, insieme ad altri specialisti. Si arriva al 21 maggio. «La settimana più lunga della mia vita: incontro tanti medici, soprattutto ginecologhe, mi parlano e mi spiegano. E poi ostetriche e infermiere. Tutti in reparto conoscono la mia cartella clinica e sanno a cosa dovrò andare incontro. Mi parlano con empatia e tatto, mi sostengono e mi infondono fiducia. Il rischio emorragico è molto forte, mi descrivono i passaggi dell’operazione, tutto è studiato nel minimo dettaglio. E poi arriva il 28 maggio». All’ospedale le giornate iniziano sempre all’alba, anche quel 28 maggio: “giù”, nell’area delle sale operatorie, i professionisti si preparano. Sanno che “su”, in reparto, sta per scendere una ragazza di 37 anni, incinta. Sanno che non sarà facile. Sanno che avranno due vite nelle loro mani.
Sanno il marito Giulio e i due figli Simone e Isabel la hanno abbracciata e incoraggiata e le hanno dato appuntamento a dopo. «Ci vediamo dopo mamma»; «A più tardi amore», le hanno detto prima di lasciarla nella mani di sconosciuti con camice, cuffia e mascherina. Dopo, se tutto andrà bene, saranno in 5. Ma prima bisogna operare. «Scendo nelle sale operatorie. Vedo tantissima gente, vedo gli occhi di tantissima gente e tutti provano a infondermi fiducia e speranza. Io ho paura, una grande paura. Sento i rumori dei bisturi e le voci dei medici. Camilla nasce, ma io non sento nemmeno il primo pianto della mia piccola dopo che è venuta al mondo. A quel punto chiudo gli occhi e lì inizia il vero intervento. Quello lungo e complicato, quello che mi fa tanta paura». L’operazione, come previsto, sarà lunghissima. E complessa, molto complessa. «I miei occhi si sono poi riaperti in Terapia Intensiva. Capisco che sono viva. Il mio pensiero va subito a Camilla, che è nata. Poi vedo di nuovo gli occhi di tante persone: sono quelle che mi avevano fatto un promessa e che l’hanno mantenuta: hanno fatto nascere la mia Camilla e poi mi hanno salvato la vita. Ce l’hanno fatta, ce l’abbiamo fatta.
Le emozioni sono indescrivibili, la paura se ne va e si trasforma in gioia, mi sento rinata. Ora siamo in 5. So che la ripresa sarà lunga e complicata, ma siamo in 5». Camilla è nata a 32 settimane ed è stata accolta dalle braccia amorevoli della Tin. Una sigla simpatica, dolce, che però “nasconde” un nome che può fare paura: Terapia Intensiva Neonatale. «Mi emoziono solo a parlare della Tin, perché penso a chi lavora lì dentro, a chi si prende cura dei nostri piccoli bambini come se fossero i loro, intervenendo con prontezza, competenza e lucidità quando i sensori iniziano a suonare. Penso a chi nutre, cambia e coccola quei bambini quando, come nel mio caso, la mamma non può farlo». Nei ventuno giorni successivi alla nascita di Camilla e all’operazione di Valentina la casa è l’ospedale. «Nessuno mi ha mai lasciata sola, anche e soprattutto a livello emotivo». E allora è tempo di dire grazie. «All’equipe, umana e sensibile. Alla Tin, alle ginecologhe, alle ostetriche, ai pediatri, al personale.
E ancora alla dottoressa Isabella Scolari per il lavoro psicologico fatto prima e dopo l’intervento. Poi agli anestesisti, tutti quelli del blocco operatorio e quelli che sto dimenticando perché non li ho visti o perché il mio cuore è ancora pieno di emozioni. Nelle prossime settimane passerò e li rivedrò. Questa volta non entrerò al Santa Chiara con il volto terrorizzato e mille paure in testa. Entrerò con il sorriso stampato in volto, con le foto dei miei tre bambini da far vedere a quelli che mi hanno salvata. Entrerò con una riconoscenza che non si può spiegare a parole, perché loro mi hanno donato una nuova vita e hanno salvato la mia. Se oggi siamo in 5, grazie. Dal profondo del cuore».


