TRENTO. "Quando attraverso la televisione pubblica si offre una distorta e irreale visione sulle condizioni detentive, oltre che rendere un cattivo servizio di informazione, si rende un pessimo contributo al miglioramento delle condizioni dei detenuti. Quello che è avvenuto nei Cinque minuti di Bruno Vespa, dedicati alla condizione da detenuto italiano di Chico Forti, è emblematico della disinformazione sulle condizioni dei detenuti".

La levata di scudi arriva dalle  Camere penali in un documento, che solleva nuove critiche sul caso del 65enne trentino condannato all'ergastolo negli Usa e trasferito in Italia il mese scorso, dopo 24 anni di carcere in Florida. La condanna riguarda l'omicidio di un imprenditore australiano, Dale Pike, trovato cadavere a Miami nel febbraio 1998.

Oggetto delle critiche il programma in onda il 31 maggio, a Raiuno in prima serata (nell'immagine un fotogramma della trasmissione tratto da Youtube), che ha visto il detenuto trentino intervistato nel carcere di Verona da Bruno Vespa, uno dei più noti giornalisti italiani, già direttore del Tg1 e celebre conduttore del talk-show notturno Porta a porta.

"Siamo felici - scrivono i penalisti - che finalmente al nostro Chico sia stato consentito il rientro in Italia per la prosecuzione della detenzione. Una mosca bianca rispetto agli oltre 2.600 italiani, detenuti all'estero. Ma non è il primo caso e non sarà l'ultimo per cui i riflettori dei media si accendono a comando, a seconda degli interessi politici.

La trasmissione di Bruno Vespa sul caso Forti, tuttavia, rappresenta una vera opera di disinformazione rispetto alle condizioni degli oltre 61.000 detenuti nelle carceri".

Forti - ora recluso a Verona - è rientrato lo scorso 18 maggio in Italia, a scontare la condanna residua, in seguito a un lungo lavoro diplomatico e all'impegno della premier Giorgia Meloni che lo ha accolto personalmente all'aeroporto di Ciampino, scatenando anche per questo gesto inconsueto molte critiche sui media e nel mondo politico.

I penalisti definiscono il programma tv un caso "di pubblicità-regresso", con "esaltazione delle 'dorate' condizioni detentive italiane".

"Carceri - si legge nel documento degli avvocati - presentate come un Grand Hotel. Eppure, se solo le telecamere si recassero nelle varie sezioni del carcere di Verona, al pari di qualunque altro carcere d'Italia; se si soffermassero ad osservare le latrine, spesso alla turca, se riprendessero le numerose brande in cui si trovano appollaiati tra 10 e 15 detenuti per cella; se tutto ciò avvenisse - rilevano i penalisti - si offrirebbe ai legislatori, ai tanti magistrati, mai recatisi nelle carceri, l'opportunità di comprendere quanto l'esecuzione della pena avvenga in violazione della Costituzione, costringendo la popolazione detenuta in condizioni disumane".

I penalisti proseguono poi l'invettiva ricordando una pagina tragica del sistema penitenziario italiano: "Nel silenzio dei media si sta consumando una vergognosa tragedia. Sono 38 i suicidi dall'inizio dell'anno, e altri 52 sono i morti per malattia o causa da accertare. Senza che nessuna televisione accenda i riflettori".

"Si fanno invece strada iniziative - proseguono - mirate alla sola dimensione contenitiva e repressiva, a partire dalla introduzione del reato di rivolta commesso anche con condotte non violente di disobbedienza e resistenza passiva, per seguire con l'istituzione di corpi speciali anti-rivolta della polizia penitenziaria, e ipotesi di attribuzione di una competenza straordinaria alla Procura generale e all'Avvocatura dello Stato per i fatti concernenti l'uso delle armi o di altro mezzo di coazione fisica da parte di agenti o di ufficiali di pubblica sicurezza", ricordano i penalisti.

"L'Unione delle Camere Penali ha deciso, di città in città, di dare voce, attraverso una maratona oratoria, a tutti coloro che, dentro le carceri, non hanno più diritti. Basta disinformazione. Serve una riforma radicale del sistema penitenziario, occorre anche una narrazione e soprattutto una visione delle carceri finalmente aderente alla cruda realtà", concludono i penalisti.

Bruno Vespa ha replicato così: "Nell'intervista a Chico Forti non intendevo fare pubblicità alle carceri italiane di cui conosco da decenni le condizioni. Era Forti che ha trovato con sorpresa e sollievo a Verona un trattamento umanitario previsto dalla nostra Costituzione e lontanissimo da quello in vigore nei penitenziari americani finalizzati alla sola punizione".