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TRENTO. Andrea Grosselli, segretario della Cgil del Trentino, parte da un dato: «Il Trentino non è terra povera, anzi. I nostri indicatori restano migliori rispetto alla media italiana ed europea». Ma l'avverbio che introduce subito dopo - «però» - pesa come un macigno.
Perché la tendenza è negativa e la fotografia, mostra alcune crepe. Non solo. Grosselli decide di sparare una fucilata contro il centrosinistra trentino che invece di pensare allo sviluppo economico segue Fugatti e la sua linea e infatti parla di governo di "Fugaselli", crasi tra il presidente della Provincia Fugatti e il sindaco di Trento Ianeselli che non piacerà a nessuno dei due.
Segretario, da che cosa nasce la sua preoccupazione?
«Negli ultimi vent'anni la nostra economia è calata. Da un lato, la compressione salariale: oggi i salari medi in Trentino sono i più bassi del Nord Est. Dall'altro, la bolla inflattiva degli ultimi anni ha colpito durissimo: energia, alimentari e casa hanno registrato rincari che una famiglia a reddito fisso non può comprimere. Se risparmi sul riscaldamento ti ammali, se riduci la spesa alimentare peggiori la qualità della vita».
E in questo quadro il welfare provinciale non regge?
«C'è un evidente arretramento. Con il nuovo meccanismo dell'Icef si restringe l'accesso a migliaia di famiglie. Pensiamo a Itea: migliaia di alloggi restano sfitti, i canoni crescono, ma gli inquilini non sono più ricchi. È una miscela che rischia di accelerare l'impoverimento delle fasce più deboli: pensionati, famiglie. E la forbice con Bolzano si allarga, perché lì la Provincia investe di più nel welfare».
Cita spesso l'Alto Adige...
«Perché lì c'è la consapevolezza che il welfare è un investimento. Bolzano spende ogni anno 40 milioni di euro per sostenere i canoni d'affitto: in Trentino ne stanziamo 7. Poi l'accordo appena firmato da Kompatscher con l'Inps porta 40-45 milioni di integrazione per le pensioni minime, mentre noi siamo fermi a 15. E non serve essere "sovversivi" per capirlo: il welfare non è assistenzialismo, ma un modo per evitare che le persone fragili scivolino nella povertà».
Dunque non mancano le risorse, ma la volontà di spenderle?
«Esatto. La Provincia ha accantonato 4 miliardi e 800 milioni, triplicati durante la giunta Fugatti, fermi in Banca d'Italia. Non producono interessi e non vengono utilizzati. Accanto a questo, c'è un altro problema enorme: l'andamento dell'economia. L'Istat ha rivisto al rialzo il Pil nazionale 2023, passato dall'0,7 all'1%. In Trentino, invece, siamo scesi dall'1,3 stimato all'estate allo 0,7 dell'assestamento. Cresciamo un terzo in meno del resto d'Italia».
Il mercato del lavoro però va?
«I dati sono contraddittori. È vero, le occupazioni crescono in agricoltura, turismo, commercio. Ma cala l'industria: 2.600 addetti in meno nel secondo trimestre 2024, un -5,5% nella manifattura. In pratica si perdono posti stabili e meglio retribuiti, e aumentano quelli stagionali e a basso salario. Così il rischio povertà cresce. Eppure continuiamo a sussidiare settori a bassa produttività, come il turismo, invece di investire in terziario avanzato, servizi evoluti, industria. Lo dice anche Mario Draghi, non un pericoloso sovversivo: senza industria e innovazione la crescita resta a zero».
Eppure la Provincia racconta un'altra narrazione, fatta di grandi eventi, Olimpiadi, mondiali…
«Sono operazioni di immagine, ma non portano crescita stabile. Al contrario, aggravano il problema casa con l'overtourism e fanno aumentare i prezzi a danno dei cittadini meno abbienti. Beneficiano soprattutto gli albergatori, mentre la collettività paga con risorse pubbliche. Bolzano ha scelto la strada opposta: limitare gli eventi e puntare su innovazione e industria. Qui invece va avanti il governo di "Fugaselli"».
Cioè Fugatti e Ianeselli... Sta dicendo che il problema riguarda anche i Comuni guidati dal centrosinistra?
«Sì. C'è una convergenza. Le giunte di Trento e Rovereto non stanno segnando discontinuità. Se il sindaco di Trento si lamenta per non essere stato invitato in Rwanda per i mondiali di ciclismo e poi plaude al "grande evento" assegnato al Trentino, significa che non ha compreso la direzione che stiamo prendendo».
A sinistra non saranno felici della sua posizione…
«Non mi interessa. È venuto il momento di discutere del nostro futuro, anche dicendo cose spiacevoli».Quali alternative immagina?«Bisognerebbe tornare a una politica industriale come negli anni di Kessler: portare piccole e medie industrie nelle valli, diversificare, spingere su settori innovativi. È l'unico modo per dare forza politica ed economica al Trentino. Altrimenti ci impoveriamo tutti e arricchiamo pochi».
Non teme che la sinistra la accusi di fare il gioco dell'avversario?
«Lo dico da tempo nei luoghi opportuni, ora lo dico pubblicamente. Non è una questione di schieramenti, ma di emergenza. Serve uno sforzo, anche bipartisan, per affrontarla. Se continuiamo a raccontarci che va tutto bene, mentre il mondo corre a grande velocità, resteremo indietro. Spero che anche il Cal e il nuovo presidente comincino a dire qualcosa: finora ho sentito solo un grande unanimismo».
In conclusione, che cosa chiede alla politica?
«Di usare l'autonomia, strumento straordinario. Non per organizzare eventi, ma per politiche pubbliche capaci di fermare la spirale dell'impoverimento.. L'abbiamo già fatto in passato. Ma serve il coraggio di dirsi la verità e di agire, insieme».


