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TRENTO. Era il 12 settembre del 1944, quando a Bolzano, all'interno della caserma Mignone di via Claudia Augusta, ventitré giovani militari italiani furono uccisi con un colpo di rivoltella alla nuca dai nazisti. I loro corpi furono sepolti in una fossa comune al cimitero maggiore di Oltrisarco. Fra i nomi delle vittime anche quello di Antonio Pappagallo, maresciallo della Regia Marina che decise di prendere parte alla resistenza aggregandosi alla Legione Garibaldi per combattere contro il nazifascismo.
Ora per le sue tre nipoti, figlie delle sue due figlie, il giudice Jacopo Negro del tribunale di Trento - sezione civile - ha disposto un risarcimento per un totale di 774.378 euro per danni non patrimoniali patiti dalla famiglia, accertando inoltre e condannando la Repubblica federale di Germania (ente succeduto al Terzo Reich) e il ministero dell'Economia e delle Finanze italiano al pagamento.
L'eccidio della Mignone, a lungo ignorato dalla storiografia nazionale e locale, venne ricostruito grazie a delle ricerche dell'archivio storico della città di Bolzano. Sembra che a far emergere la vicenda fu proprio una segretaria del Comune che, trovati i nomi delle vittime, contattò i parenti.
Pappagallo, capo radiotelegrafista di prima classe, nacque a Molfetta, in provincia di Bari, il 2 agosto 1898. Il suo percorso all'interno della resistenza cominciò all'indomani dell'armistizio con gli alleati firmato nel settembre del 1943 dall'allora governo Badoglio. Fu a Brindisi, allora sede provvisoria del governo regio, che lui chiese di poter prendere parte a rischiose missioni nei territori occupati dai nazisti. Così, inviato a Roma, venne scoperto dai tedeschi mentre trasmetteva per radio dei messaggi alla base. Come riportato anche nella sentenza, catturato in circostanze ignote, fu arrestato dalle SS e condotto prima nelle carceri di via Tasso a Roma, dove a partire dal 5 maggio 1944, fu sottoposto a cinque giorni di interrogatorio. Successivamente fu trasferito a Verona, presso il Forte di San Leonardo, e infine nel lager di via Resia a Bolzano.
Ma all'alba del 12 settembre 1944 fu condotto nella caserma di Artiglieria "Francesco Mignone", e ucciso, assieme ad altri ventidue uomini. Le loro salme, riesumate nel giugno 1945 da una commissione alleata, riposano ancora oggi nel cimitero militare di San Giacomo. Nel dopoguerra, a sette di loro venne assegnata la medaglia al valor militare. Fra questi anche a Pappagallo, morto all'età di 46 anni, lasciò due figlie di 14 e 12 anni e la moglie. Quest'ultima, in particolare, perse la vita prima dell'avvio della causa.
E qui veniamo all'oggi, quando le figlie della vittima hanno deciso di chiamare in giudizio la Repubblica federale di Germania, che non si è costituita, e il ministero - che nella sede di Trento è stato rappresentato da Gabriele Finelli dell'avvocatura dello Stato - in qualità di ente gestore del Fondo per il ristoro dei danni subiti dalle vittime del Terzo Reich, istituito per mezzo del decreto legge numero 36/2022. La richiesta mossa dalle due figlie era un risarcimento per quanto subito dopo la morte del padre, pari a 1.110.697,34 euro. Venute a mancare, sono subentrate dunque le tre nipoti di Pappagallo, in veste di eredi.
Con la sentenza del giudice del tribunale di Trento dello scorso 16 aprile, è stata riconosciuta loro una somma pari a 193.594,50 euro ciascuna delle due sorelle, mentre alla terza nipote, 387.189 euro, applicando la tabella del tribunale di Milano (utilizzate nel calcolo del risarcimento del danno non patrimoniale). La difesa del ministero valuta, ad ogni modo, l'impugnazione della sentenza. Il nome di questa vittima rimane impressa non solo sulla targa di Bolzano, ma anche sulla pietra d'inciampo installata in via della Giuliana 70 a Roma.


