PHOTO
Quante persone si sono suicidate in Trentino per via del gioco d’azzardo? Alla domanda, la signora Vanzetta esita un po’. «Questo non lo posso dire» replica titubante. Ma è indubbio: anche da noi ce ne sono stati.
Di chi chiede aiuto, invece, si può parlare. «Solo in Trentino abbiamo avuto 340 giocatori che ci hanno contatto direttamente; e 355 casi in cui è stato un familiare a rivolgersi a noi: la moglie, il figlio, il padre…» concede Miriam Vanzetta, la cui associazione, la Auto-Mutuo-Aiuto, dalla fine degli anni Novanta si occupa dei casi più disperati. Ma poiché non sempre il gioco diventa patologico, basta guardare i dati dell’Agenzia Dogane Monopoli, per avere un’idea della portata generale del fenomeno: solo nel Comune di Trento, solo nel 2017, l’ammontare totale delle giocate è stato di 214 milioni.
Emerge un quadro fosco, dalla conferenza sulla ludopatia tenutasi ieri nelle sale della Fondazione Demarchi, a Trento. A parlarne, oltre alla signora Vanzetta, ci sono Matteo Iori, presidente del Comitato Gruppi per Giocatori d’Azzardo e collaboratore del Ministero della Salute, e don Armando Zappolini, battagliero sacerdote toscano, presidente del «Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza» (e che non nasconde la sua anima di «prete sociale»).
«La ludopatia è una dipendenza subdola – incomincia la Vanzetta - si cerca di fare di tutto per recuperare le perdite. E anche se smetti di giocare, il buco rimane. C’è chi arriva ad avere centinaia di migliaia di euro di debiti, chi perde il lavoro e la famiglia».
Segnala poi un’esplosione, dei casi patologici. «Fino al 2012, avevamo circa un caso all’anno: il gioco era vietato dappertutto, a parte qualche schedina. Chi veniva da noi andava a scommettere a Venezia o in Austria» Tutto è cambiato dopo il 2009. «Con il terremoto dell’Aquila, per fare cassa, il gioco è stato liberalizzato». E da lì, è stato tutto un fiorire di betting exchange, win for life, scommesse sportive a quota fissa, scommesse ippiche, slot-machines, eurojackpot e poker-online. In Trentino «siamo passati da una media di un caso all’anno a una media di 70 casi all’anno». Ma, sottolinea la donna, oltre alla «pesantezza dei numeri», a colpire è «la tragicità delle storie». E fa specie il fatto che «Cambia la geografia dei quartieri», perché spesso molte botteghe chiudono per far posto a sale gioco o bar con macchinette mangia-soldi.
Matteo Iori, invece, parla dell’aspetto economico «Dell’ammontare delle giocate, considerando tutti i giochi, l’80 % va a formare le vincite dei pochi fortunati, il 10% va allo Stato e il 10% alla “filiera dell’azzardo”», che può voler dire Lottomatica, la grande concessionaria multinazionale o il baretto sotto casa.
È il turno di don Zappolini, che non lesina parole e parla della sua campagna, «Mettiamoci in gioco», sostenuta da circa 34 associazioni tra cui Arci, Acli, Libera sono le più note. «Vogliamo sensibilizzare la popolazione» – dice. E al tempo stesso, «agire dal punto di vista politico: Non siamo contro il proibizionismo, ma per la regolamentazione». Quando è partita la campagna, nel 2012, «era una giungla: i parlamentari non avevano accesso ai dati, le pubblicità dei giochi erano senza limiti e gli uffici dell’Osservatorio sulla Ludopatia erano nella sede dei Monopoli». Poi, anche grazie alla campagna, buona parte della politica, «dal Pd ai Cinque Stelle» si è attivata att, arrivando, per esempio, a limitazioni per la pubblicità. Un buon segnale, dice, e mischiando l’inflessione pisana misto con qualche reminescenza biblica, aggiunge «Ne parte tanti di ‘sti piccioni viaggiatori, ma molti poi si perdono quando attraversano il deserto».
Pertanto, sicuro di sé, conclude: «Non bisogna mollare. Ogni lentezza è colpevole». È stato molto chiaro, gli fanno presente. Lui scherza: «E non ho detto parolacce. Per un toscano è un buon risultato».


