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Giorgio Gaber ha fatto centro un'altra volta. L'ennesima occasione per applaudire il suo «Teatro canzone '93» non ha spiazzato i fans dell'artista meneghino che da oltre vent'anni riesce a calamitare ai suoi spettacoli una folla eterogenea che si lascia rapire per più di due ore dal suo Signor G. Un Signor G. indubbiamente in forma, incalzante, penetrante, irriverente, ironico, scanzonato. Ma soprattutto intelligente. Un'intelligenza che lo contraddistingue da sempre e che ha fatto scuola.
L'altra sera, all'auditorium di Trento, il pubblico locale si è animato affrontando uno show già noto in partenza ma sempre piacevole, brillante, godibile a tal punto da assistere in piedi ai bis. Che per una volta non sono stati di circostanza. È la platea alzata ad acclamare quest'eroe del teatro-canzone, in auge da tempo e che da tempo non conosce tramonto, è una testimonianza valida di come l'arte di Gaber sia entrata di prepotenza nel tessuto sociale di una realtà borghese come quella trentina.
Il signor Giorgio Gaberscik ha regalato per l'occasione alcuni pezzi accompagnandosi solo alla chitarra acustica e intonando assieme al pubblico canzoni memorabili quali «Barbera & Champagne». Di Gaber va sottolineata la longevità artistica: la soglia dei cinque lustri di attività teatral-musical-cabarettistica l'ha superata da un pezzo. Di lui rimane il messaggio che riesce a intercalare tra trovate di fine umorismo e gags da «Derby». Il Signor G. è capace di rigirare il coltello nella piaga mai cicatrizzata degli italiani, è capace di incastrare il dito nella moltitudine di difetti che affolla il nostro Paese.
I suoi personaggi sono azzeccatissimi e il Signor G. non è che un’espressione delle sue trasformazioni tragicomiche. I dubbi, le perplessità e le passioni di una popolazione fotografata senza tempo, senza anacronismo o retorica di fondo - che di fronte agli anni scanditi dal tempo sembra immobile, statica, passiva - vengono sentenziati dal palcoscenico da un grillo parlante che punzecchia la coscienza di ognuno. Il vate scanzonato diventa così un cronista della realtà che, con gli occhi del disincanto, ci obbliga a riflettere su quanto sta accadendo intorno a noi. Ai suoi spettacoli si ride, è inevitabile, ma Gaber non è un comico, è un attore, un cantante, un cabarettista. Meglio: è un uomo che gioca e lavora con l’arte della comunicazione senza abbracciare la vacuità del menestrello da salotto o del single da classifica.
Le risate sono chiamate senza imposizione, sono istintive, spontanee, ma in due ore di show traspare anche una certa amarezza inevitabile per chi si trova a gestire la quotidianità. Gaber è un personaggio da set, valido e presente, serioso e ilare, goffo e posato. Gaber sa come calcare le scene e il tempo pare non intaccarlo minimamente. Per di più si circonda di una band che trabocca professionalità e perizia. Dagli anni Settanta ai Novanta il teatro canzone è resistito in maniera egregia e brani come «Far finta di esser sani», «E' sabato», «La nave», «Le elezioni» sono pezzi che il tempo non ha impolverato e che si abbinano splendidamente a composizioni più recenti come «La famiglia», «E tu Stato» e «La cosa».


