TRENTO. Una chat tra amici, tutti della stessa età, e lo smartphone come mezzo di condivisione: questi gli elementi che hanno portato un quindicenne a dover rispondere davanti al tribunale dei minori delle gravissime accuse di divulgazione e di produzione di materiale pedopornografico. Dal suo cellulare, come emerso dalle indagini, sono partiti video e foto con immagini esplicite di soggetti di età inferiore ai 18 anni senza abiti e in pose inequivocabili. Inoltre aveva inviato ad una amica, appena 13enne all'epoca di fatti, una serie di sticker pedopornografici.

Possibile commettere reati di questa gravità in così giovane età? Evidentemente sì, anche se le accuse all'indagato sono in parte cadute, dato che è stato appurato che non c'è stata alcuna produzione di materiale hot. Ma il ragazzo innanzitutto si è reso conto di ciò che aveva combinato. Ha capito l'errore, come dimostra l'esito positivo del percorso intrapreso sotto la guida del servizio sociale che affianca il Tribunale dei minori: dieci mesi di "messa alla prova" ossia di impegno nel seguire un programma che comprende studio, corsi e attività di gruppo. Un programma finalizzato alla crescita: non la mera repressione, ma una soluzione riparativa che mira all'autoconsapevolezza.

È stato lo stesso indagato quindicenne, chiamato in udienza, ad ammettere di aver condiviso nella chat degli amici - alcuni erano compagni di classe, altri conosciuti in paese - immagini che aveva nella galleria del cellulare e che a sua volta aveva ricevuto da un amico. Foto, tra l'altro, che neppure aveva guardato con attenzione, ma che erano rimaste nella memoria dello smartphone e che aveva deciso di "girare" al gruppo. Ha spiegato che questa condivisione era stata occasionale e che non era stato lui a scaricare dal web le immagini, dunque non le aveva cercate, ma gli erano state inviate da un conoscente della sua stessa età. Dalle parole del ragazzo è emerso che la divulgazione dei contenuti pedopornografici effettivamente c'era stata, ma all'interno di un gruppo di coetanei ossia di minori "alla pari", senza divario d'età e senza la partecipazione di un adulto o comunque di una persona in posizione "dominante" rispetto a dei ragazzini. È invece caduta l'accusa di aver minacciato l'amichetta con il fine di ottenere da lei immagini senza veli: «Le avevo chiesto foto solo per scherzo. Quando ci siamo visti di persona le avevo detto che quel messaggio era solo per scherzare».

Il ragazzo, assistito dall'avvocata Martina Gaiardo, è stato dunque assolto dall'accusa di produzione di materiale pedopornografico, ma in merito alla divulgazione delle immagini vietate ha affrontato - con esito positivo - il percorso di "messa alla prova". Da una vicenda negativa si è arrivati a cogliere il positivo della situazione: per il minore è stata un'occasione di crescita personale.