TRENTO. «Non possiamo che confermare i dati dell'Istat anche se i nostri non li abbiamo ancora elaborati. Sono numeri reali e infatti non vediamo una diminuzione delle persone che si rivolgono ai nostri servizi». Fabio Chiari, amministrazione delegato della Fondazione Caritas Diocesana, ha ben presente le tante richieste di aiuto che arrivano ogni giorno: dall'aumento di persone che non riescono a far fronte alle spese mediche a quanti chiedono una mano per pagare bollette o spese condominiali.Voi ogni giorno avete a che fare con problemi legati alla povertà.

Oggi si parla anche di nuove povertà, di nuovi bisogni. Cosa vedete voi nel vostro quotidiano operare?

I nostri servizi continuano a cercare di accompagnare le persone che si rivolgono a noi. Le povertà, purtroppo, non sono tante nuove. Vediamo la difficoltà delle persone che hanno un lavoro a basso reddito e che fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese, anche per il continuo aumento dei prezzi. C'è una richiesta costante di chi richiede aiuto per le visite mediche e per l'acquisto di farmaci. C'è sicuramente anche chi ha bisogno di materiale scolastico. Continuiamo a sostenere persone con il fondo diocesano, il "fondo speranza", per fornire aiuto economico anche per il pagamento di utenze e spese condominiali un po' "pazze". Stiamo anche portando avanti con la Banca d'Italia un progetto per fare dei programmi di educazione finanziaria per fornire un aiuto alle persone che vengono da noi a chiedere aiuti. Infine, collaboriamo anche con Acli per quanto riguarda il grave indebitamento.

Chi riguarda questo problema?


Persone che o per questioni lavorative o di altro genere, fanno fatica a rispondere agli impegni finanziari assunti con il rischio di rimanere intrappolate in condizioni di sovraindebitamento e povertà. Poi c'è il problema casa, con costi non più sostenibili per moltissime famiglie.Il problema casa è enorme. Noi stiamo cercando di fare alcuni ragionamenti anche con altri enti per cercare prima di capire quale è la questione e poi come affrontarla. Anche come Caritas nazionale stiamo vedendo come intervenire sul problema abitativo e come delegazione del Triveneto abbiamo appena fatto partire progetto per fare uno studio approfondito sulle dinamiche abitative.

Oggi la povertà non è più solo un problema che riguarda gli stranieri, ma sempre più anche gli italiani. Anche nei ai vostri servizi si rivolgono sempre più residenti?

Noi siamo un po' sbilanciati nei grandi centri dove si concentra la richiesta di aiuti. Questo a volte ci fa sviare lo sguardo dalla realtà della comunità trentina in cui le povertà esistono, in cui la questione del lavoro povero va affrontata perché i salari sono fermi dagli anni '90 e la vita corre, i prezzi aumentano e se i redditi rimangono sempre uguali le persone vanno in crisi. 

Questo è un ragionamento che stiamo facendo anche come Caritas più allargate. La rinuncia di alcuni soggetti alla sanità è un campanello d'allarme da non sottovalutare. Non è pensabile che una persona non si possa permettere le cure. I dati dicono che c'è un aumento dei redditi ma la povertà non diminuisce e questo perché c'è una forbice sempre maggiore tra chi ha redditi importanti e chi ha redditi bassi. É sparita la classe media e sono aumentate le disuguaglianze.

Quali sono le vostre proposte per cercare di diminuire le disuguaglianze e di conseguenza il numero di persone che vivono in povertà?

Questo è un problema enorme sul quale siamo ragionando, ma la questione è in mano alla politica e agli enti produttivi. Noi non riusciamo ad agire su questo tipo di problema. Ci vuole accordo a livello di società tra enti produttivi, politica ed enti del terzo settore per capire come fare.

L'introduzione del salario minimo, di cui si discute da anni, potrebbe essere un punto di partenza?

Sicuramente noi guardiamo con favore la possibilità di arrivare ad un salario minimo perché nei paesi dove esiste si sono visti degli effetti positivi. P.T.