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TRENTO. Il fine vita torna al centro del confronto in Consiglio provinciale. La Quarta Commissione permanente, presieduta da Maria Bosin, ha proseguito le audizioni sul disegno di legge di iniziativa popolare numero 67, proposto dall’avvocato Fabio Valcanover, che punta a disciplinare le procedure per l’assistenza sanitaria provinciale al suicidio medicalmente assistito, nel quadro tracciato dalle sentenze della Corte costituzionale.
Il primo a intervenire è stato monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la vita. Il suo auspicio è che sulla materia intervenga il Parlamento con una disciplina nazionale, in modo da assicurare regole uniformi. Sul testo trentino ha invitato a evitare termini troppo rigidi, considerando la complessità delle patologie e la possibilità che la volontà del paziente cambi nel tempo. Per Pegoraro vanno garantiti concretamente cure palliative, sostegno psicologico e una presa in carico tempestiva. Ha inoltre chiesto di chiarire composizione e ruolo del comitato etico, valutando anche la possibilità che incontri direttamente il paziente.
Nel confronto con i consiglieri, Paolo Zanella ha ricordato che dal testo sono stati eliminati i termini più stringenti e che in Trentino l’accesso alle cure palliative è garantito. Chiara Maule ha invece sollevato il tema della libertà di medici e infermieri, dei costi e delle modalità con cui dovrebbero essere definite le procedure in assenza di una normativa statale. Pegoraro ha evidenziato la necessità di chiarire anche il tema dell’obiezione di coscienza.
Sul nodo della sofferenza si è soffermato Francesco Valduga, chiedendo cosa accada quando al paziente siano state assicurate tutte le cure disponibili ma permanga una condizione fisica, psicologica e relazionale incontrollabile. «Dobbiamo aiutare a morire bene», ha risposto Pegoraro, sottolineando che una malattia può essere inguaribile, ma la persona non è mai incurabile. Fabio Valcanover ha ribadito che il testo può essere emendato e migliorato, ma lo considera preferibile all’attuale vuoto normativo.
Una posizione fortemente critica sul suicidio assistito è stata espressa da Carlo Segatta, coordinatore dell’équipe diocesana per la Pastorale della salute. Secondo Segatta esiste il rischio che venga percepito come una «scorciatoia», fino a far sentire il malato un peso. «Una legge non regola soltanto una procedura», è il senso del suo intervento: incide anche sulla cultura della società e sulla risposta che le istituzioni danno alla fragilità. Per questo, ha sostenuto, una scelta può essere realmente libera soltanto in presenza di cure accessibili, sostegno alle famiglie e assistenza psicologica e spirituale.
Di segno diverso l’intervento di Lucia Busatta e Loreta Rocchetti, dell’Osservatorio per un diritto gentile. Secondo le due esperte, le più recenti pronunce della Corte costituzionale consentono di ritenere che, in assenza di una disciplina statale, una legge provinciale possa definire un quadro procedurale chiaro. Tra le proposte avanzate ci sono l’eliminazione della parola “tempi” dal titolo del disegno di legge, l’utilizzo di formule come “senza ritardo” o “tempestivamente” e un ruolo più definito per il Comitato etico per la pratica clinica.
Busatta ha precisato che una normativa provinciale potrebbe indicare con maggiore chiarezza il ruolo dell’Azienda sanitaria, della commissione multidisciplinare e del comitato etico. Una legge nazionale resta comunque necessariaper disciplinare organicamente il fine vita e i requisiti di accesso, materie sulle quali le autonomie territoriali non possono intervenire.
Nel dibattito è emerso anche il limite delle cure disponibili. Valduga ha osservato che cure palliative e terapia del dolore non riescono sempre a eliminare completamente la sofferenza, mentre Zanella ha sottolineato che una richiesta di suicidio assistito non deriva necessariamente dalla solitudine o dalla mancanza di assistenza. Loreta Rocchetti ha ricordato che le cure palliative «non sono onnipotenti» e che una domanda di questo tipo non può essere ridotta a una pratica burocratica, ma deve essere valutata nella specificità della persona e della sua storia.


