TRENTO. «La soppressione della vita non può essere definita una conquista di civiltà». È la posizione dei vescovi del Triveneto sul fine vita, espressa in una dichiarazione approvata all'unanimità al termine della riunione della Conferenza episcopale regionale a Bibione, in provincia di Venezia. Il documento prende le mosse dalla recente approvazione della legge regionale veneta.

Per i vescovi, davanti alla sofferenza la risposta deve essere quella della cura e della vicinanza al malato, anche quando la persona sembra arrendersi. Nel documento viene contestata l'idea che il suicidio assistito possa rappresentare la risposta alla richiesta di chi vive condizioni particolarmente difficili.

Secondo la Conferenza episcopale del Triveneto, questa possibilità rischia inoltre di modificare il ruolo del sistema sanitario, indebolendo «l'etica della cura e della prossimità». I vescovi richiamano le possibilità offerte dalla terapia del dolore, dalle cure palliative e dall'assistenza domiciliare, sostenendo che con il suicidio assistito si compirebbe «un oggettivo salto qualitativo» capace di trasformare un'eccezione in una prestazione.

La Chiesa, prosegue il documento, ribadisce allo stesso tempo il proprio rifiuto dell'accanimento terapeutico e invita ad affrontare le questioni legate al fine vita senza contrapposizioni ideologiche. L'obiettivo indicato è rafforzare una cultura della prossimità e dell'accoglienza, soprattutto nelle fasi terminali della vita.

La posizione è espressa in sintonia con la Conferenza episcopale italiana e con analoghi pronunciamenti dei vescovi di Emilia-Romagna, Sardegna e Toscana. I vescovi del Triveneto riaffermano infine il valore della dignità della vita umana e la posizione già sostenuta nel 2023: «Non può sussistere un diritto a morire», mentre deve essere garantito quello a essere sempre curati e assistiti.