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TRENTO. Sono passati quasi due anni dal primo caso di Covid in Trentino e i numeri dei ricoverati e contagiati della quarta ondata sono ancora alti. In Rianimazione ci sono più di 20 pazienti, 150 negli altri reparti. A questo si aggiunge il problema del personale. Ogni giorno c'è un 10% di infermieri, medici e oss assente, perché malato o sospeso dal servizio in quanto non vaccinato. 600 dipendenti che evidentemente fanno la differenza.
Ma il peso della pandemia non si sente solo nei reparti Covid. Lo sanno bene coloro che soffrono di altre patologie e sono in attesa di un intervento chirurgico. Secondo le stime dell'Azienda sanitaria ci sono circa 1.200 pazienti in attesa di un intervento con priorità A (entro 30 giorni) e 4 mila con priorità B (entro 60 giorni).
Numeri che potrebbero non essere proprio precisissimi in quanto vengono aggiornati solo periodicamente, ma che rendono l'idea del gran numero di persone che stanno aspettando.
L'Azienda sanitaria assicura che nei prossimi mesi l'obiettivo sarà quello di cercare di ridurre questo numero, soprattutto quello relativo agli interventi con priorità A, ma ovviamente liste così consistenti non si possono eliminare nel giro di pochi mesi, anzi nemmeno di un anno secondo i calcoli.
Risultato è che per gli interventi a media o bassa complessità una fetta sempre più consistente di trentini decide di rivolgersi altrove, soprattutto a cliniche convenzionate del Veneto e della Lombardia.
«Il problema che ad oggi abbiamo 21 posti letto di rianimazione occupati da pazienti Covid, e di questi l'80% sono persone che non hanno voluto vaccinarsi. Dei 12 pazienti in alta intensità al S. Chiara, 6 sono non vaccinati e 4 hanno ricevuto due dosi da più di 5 mesi», spiega il direttore sanitario Giuliano Brunori che pone l'accento anche sull'enorme bisogno di assistenza che i pazienti Covid hanno e i ricoveri decisamente lunghi.
«Nella prima ondata venivano ricoverati soprattutto anziani, oggi la fascia con minore copertura vaccinale è quella tra i 40 e i 60 e quindi i pazienti ricoverati sono persone senza patologie ma che rimangono a lungo in terapia intensiva. Proprio nei giorni scorsi abbiamo dovuto dializzare tre pazienti che erano ricoverati da 45 giorni. Questo vuol dire che, se avessimo potuto occupare quei letti con pazienti appena operati, su quei tre posti sarebbero ruotate almeno 100 persone che invece sono ancora in attesa di un intervento». Nell'ultima settimana c'è stato un leggero aumento delle sedute operatorie al S. Chiara. «Sono state 57, rispetto alle 66 del periodo pre Covid. Nel marzo dello scorso anno erano però molte meno, 36. Se consideriamo tutti gli ospedali trentini le sedute programmate per la prossima settimana sono un centinaio», aggiungono in direzione sanitaria.
E se parte dei pazienti in attesa cercano risposte altrove, l'Azienda spiega che questo è sempre avvenuto. «Dobbiamo distinguere la chirurgia maggiore di tipo oncologico che ha tempi accettabili, anche se sempre legata alla disponibilità di posti letto in rianimazione, e poi i tanti interventi dove già normalmente prevedono un'attesa che varia dai 180 giorni a un anno. Qui effettivamente i tempi possono essersi allungati e ci sono pazienti che si rivolgono fuori provincia dove ci sono grossi centri convenzionati, non ospedali pubblici, come a Peschiera o Negrar, che possono vantare insieme i posti letto del S. Chiara ed effettuare tutta l'attività a bassa e media complessità senza avere pazienti Covid che rallentano il lavoro», spiegano ancora in direzione sanitaria.
Già nel 2019, in epoca pre-Covid, parte dei trentini si rivolgeva fuori provincia. Solo per ortopedia, quell'anno, c'era stata una "fuga" di 400 pazienti e la mobilità passiva era, per quanto riguarda i ricoveri, di 44.682724 euro a fronte di 43.592.727 milioni di mobilità attiva. Il saldo negativo era stato dunque di 1.089.997.
Ma i segnali del peggioramento si sono visti subito. Nel 2020 la mobilità attiva - in gran parte legata al turismo - è drasticamente crollata mentre la mobilità passiva è diminuita in maniera inferiore e il saldo negativo è stato di ben 5.885.112 euro
«Noi non abbiamo notizia che pazienti siano andati fuori provincia per interventi urgenti perché comunque quelli vengono sempre garantiti. Lo dimostrano i numeri. Nel 2019 ne sono stati fatti 5.107, nel 2020 4.670, nel 2019 4.959, dunque in linea con i numeri pre pandemia», sottolinea Brunori.
Dunque se sul fronte emergenza e urgenza il sistema tiene anche grazie all'enorme sforzo del personale che da due anni, sul fronte della chirurgia d'elezione (quella programmata) qualche sofferenza in più c'è. Rispetto ai dati del 2019 nel 2020 c'è stato un calo del numero di interventi del 26% e nel 2021 del 24%. In pratica un intervento su quattro non è stato possibile realizzarlo prima perché le sale operatorie erano state trasformate in posti di rianimazione e a causa dell'elevato numero di pazienti Covid che hanno occupato letti e tenuto impegnato il personale già in sofferenza per le assenze dovute alle sospensioni e il Covid.
Non raro, in questo periodo, è poi che all'ultimo gli interventi vengano rimandati. Anche in questo caso il problema è legato al personale che dall'oggi al domani, se viene contagiato, è obbligato a rimanere a casa e visto che la coperta è corta e la possibilità di sostituirlo sembra non esserci, i pazienti vengono rispediti a casa e le operazioni rimandate.
«In un reparto Covid ci vuole un terzo del personale in più - sottolinea il direttore dell'ospedale di Trento Mario Grattarola - Noi da due anni stiamo chiedendo ai dipendenti di lavorare di più, ma non possiamo chiedere loro di fare due cose contemporaneamente. Adesso il problema è riuscire a gestire la richiesta di prestazioni sanitarie Covid e non Covid, con tutta la parte legata al turismo. In questa quarta ondata non è stata chiuso niente e i pronti soccorso sono estremamente sotto pressioni. Nonostante questo, grazie al personale, il sistema sta reggendo bene. Se poi qualcuno non vuole aspettare e preferisce rivolgersi altrove per interventi minori credo che non si debbano fare drammi».


