TRENTO. C’è chi viaggia per scoprire nuovi luoghi e cultura e chi, come Andrea Dottori e Tommaso Amadori, per il desiderio di continuare a crescere insieme a bordo delle barche a vela. I due giovani trentini hanno salutato Martignano e Cognola volando il 12 novembre 2025 nel Maine. Lì, sono partiti alla volta delle isole caraibiche per l’avventura targata “World Arc Rally”, una flottiglia di imbarcazioni organizzata dal World Cruising Club che prevede il giro del mondo in 15 mesi (26mila miglia nautiche) da Saint Lucia.

Andrea e Tommaso hanno attraversato il Canale di Panama, visitato le isole del Pacifico e, dopo un mese in Australia, ripreso la navigazione. Ora sono diretti in Sudafrica, prima di riprendere la via dell’Atlantico e rientrare a Saint Lucia. Nonostante le numerose esperienze condivise, i due trentini hanno imparato a lavorare ulteriormente insieme e ad attivare soluzioni alternative ai Piani B.

Il viaggio, nato come sfida alla traversata atlantica compiuta dal padre di Tommaso a 30 anni, è coinciso con la fine dei percorsi universitari: Tommaso, classe 2002, si è laureato in Sviluppo e Cooperazione internazionale a Bologna; Andrea, classe 2001, in Economia a Padova. Tra paesaggi mozzafiato e qualche timore, non si sono mai dati per vinti: pur di non pesare economicamente sui genitori, si sono cimentati in vari lavoretti in cambio di vitto e alloggio. Sognano, una volta a casa, di raccontare il loro tour per ispirare le persone ad uscire dalla propria zona di comfort.

Andrea, come è nata la vostra amicizia?

«Abbiamo solo 4 mesi di differenza, ci siamo conosciuti all’asilo. Tommaso era spesso infastidito da un bambino così, un giorno, iniziai a difenderlo. Per ringraziarmi, mi regalò una moto giocattolo. Mamma, all’uscita, mi chiese chi me l’avesse regalata ed io risposi subito “il mio nuovo amico”. Siamo cresciuti insieme, le nostre famiglie sono un’unica grande famiglia. Siamo come fratelli».

E la passione per la vela?

«I nostri genitori sono molto sportivi. Mio padre è romano d’origine ma si considera trentino, adora l’alpinismo. Il padre di Tommaso era uno skipper e windsurfer, impossibile dimenticare le estati con lui sulla “Magia Prima”, in Croazia. Ci siamo innamorati della barca a vela frequentando i corsi del Centro Nautico Universitario sul lago di Caldonazzo. Sull’acqua ci sentiamo liberi».

Quando avete pianificato il viaggio?

«Alla fine del secondo anno universitario. Matteo, papà di Tommaso, aveva attraversato l’Atlantico a 30 anni: siamo cresciuti con il sogno di ripetere l’impresa battendolo sull’età. Sentendoci stretti in città, abbiamo concluso gli esami e lavorato d’estate per pagarci il viaggio. Durante le nostre ricerche online, siamo entrati in contatto con Randy, 70enne americano che cercava un equipaggio per fare il giro del mondo. “Perché no?” ci siamo detti. Siamo partiti d’istinto verso il Maine. Lì si è aggiunto un 50enne australiano».

Ci sono state delle difficoltà?

«Sì, la convivenza con due adulti provenienti da altre culture è stata complessa. Arrivati a Saint Lucia per avviare la tratta del giro del mondo con il World Arc Rally avremmo potuto abbandonare la barca di Randy ma sarebbe stato da egoisti, così abbiamo navigato con loro sino alle Isole Marchesi. Nella Polinesia francese li abbiamo salutati e abbiamo campeggiato a terra oltre un mese. A Bora Bora siamo poi saliti sul catamarano di una famiglia messicana, verso l’Australia».

Com’è andato il mese a terra?

«È stato assurdo! Abbiamo dormito sulle amache e visitato le varie isole. Lì, come avvenuto poi in Australia, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo lavorato come marinai sulle barche, facendo piccoli e grandi lavori, in cambio di vitto e alloggio. Alle Fiji stavamo terminando i risparmi e, non volendo indebitarci con i nostri genitori, abbiamo noleggiato delle bici e raggiunto a 10 km il cantiere della Marina, dove abbiamo manutentato delle imbarcazioni».

Quali tappe vi aspettano?

«Siamo appena giunti alle Isole Cocos, poi ci aspettano le isole Mauritius, l’isola della Riunione e Cape Town. Rientreremo a Saint Lucia nell’aprile 2027. Da lì ci piacerebbe trovare un passaggio via mare per l’Europa e compiere l’ultimo tratto verso casa in bici».

Quali sono ad ora i ricordi più belli?

«Le traversate degli oceani vissute da fratelli, lo spirito di connessione con la natura, le surfate in Australia, i delfini, le tribù dei villaggi, le immersioni. Ogni cosa è speciale, stimolante ed impressionante. Abbiamo visto posti meravigliosi come Isabela, un’isola delle Galapagos per lo più incontaminata».

Consigliereste questa avventura?

«Sì, perché cambia la vita: impari ad adattarti a contesti diversi così da poterti sedere un giorno a qualunque tavolo. Abbiamo lavorato molto sulla nostra amicizia ed è ulteriormente cresciuta. Siamo partiti pieni di pensieri e propositi, ma in viaggio abbiamo imparato a lasciare che le cose arrivino da sé. Inoltre, abbiamo compreso la vicinanza dei nostri amici al di là della distanza fisica. Mettersi in gioco con cuore e semplicità ti mette nella condizione di aiutare ed essere aiutato. Anche i momenti difficili ci stanno permettendo di essere migliori. Ci sentiamo più formati dal punto di vista velico, magari lavoreremo in questo ambiente. Per il futuro abbiamo tante idee, ma ci servirà un periodo di ripresa per metabolizzare. Ci piacerebbe realizzare un documentario o scrivere un libro, ma anche ispirare le persone ad andare oltre i propri limiti».