Non si è spenta, in una modesta cameretta del S. Camillo, una icona della sinistra cattolica. Se n'è andato invece un sacerdote e un uomo che aveva fatto una scelta che era quella del Vangelo e di S. Francesco, a favore della gente umile. Uomo e sacerdote la cui vita aveva conosciuto due fasi: quella prima del Concilio e del Sessantotto e quella dopo.


Si è scritto tanto su don Dante Clauser, il prete dei barboni e degli ultimi. Spesso si è fatto di lui una figurina, dai contorni che hanno rischiato di essere caricaturali. Una cosa che a Dante non interessava. A dimostrarlo basterebbe quel suo ricordo, ossessivo, presente in molte interviste e nelle sue memorie, in cui riproponeva la sua scelta giovanile per il fascismo, la sua volontà, non realizzata, di andare in guerra. Una cosa assolutamente normale in una Italia in cui la stragrande maggioranza dei giovani era stata attratta dal duce e dalla presunta virilità fascista e per un ragazzino che aveva allora meno di vent'anni.

Dante era anche figlio di famiglia agiata e, per quello che raccontava ai cronisti, anche anticomunista. Anche per questo, una volta scelta la sua strada, che era innanzitutto la strada verso il suo Dio, entrerà a far parte, in molti sensi, di quello che un suo grandissimo amico, e ci verrebbe quasi da dire «discepolo», Vincenzo Passerini, ha definito la «Chiesa imbalsamata». La Chiesa, per capirci, di papa Pio XII. La cui scelta non era soprattutto per gli ultimi.


Un prete per molti aspetti normale, quindi, il primo don Dante. O quasi. Curato a Calavino e poi, addirittura, proiettato verso Roma, verso una carriera ecclesiastica che pareva attenderlo. Il cardinale Baggio, suo riferimento ai tempi in cui operò nel mondo dello scoutismo, aveva visto in quel sacerdote trentino la stoffa per arrivare lontano. Ma forse a quel punto in don Dante scattò qualcosa. Non solo perché aveva probabilmente visto a Roma la Chiesa della politica e del potere, dei compromessi, ma anche perché c'era da sempre un secondo Dante. In fieri. Era il Dante figlio di sua madre, quella maestrina che si portava a casa i ragazzini più umili per impartire loro gratuitamente delle lezioni di recupero, e per allungare loro anche un piatto di minestra.


Si è detto che Dante Clauser diventa il prete degli ultimi col Concilio Vaticano II, poi con il Sessantotto. Ma si tratta solo di una parte di verità. Quell'uomo che crebbe con un fare fintamente burbero, ma con la lacrima facile e la capacità di legare con la gente, la scelta per gli sconfitti della società, i perduti, i sofferenti, l'aveva nel cuore dall'inizio. Qualche vecchio di Calavino ricordava la sua canonica, che ospitava bambini affamati di quel difficile secondo dopoguerra. E avrebbe collaborato anche con la Piccola Opera.

Lui stesso nel raccontare la propria vita, definiva come il più felice quello vissuto a Vignola, sulla montagna «canopa» di Pergine: quei giorni intensi passati al fianco dei minatori, trentini e bergamaschi, che scendevano nella pancia malata della terra a prendersi la «prussiera» per portare a casa il pane. Era e si sentiva, Dante, il loro parroco. Di questi ultimi e sofferenti. E non solo capiva, senza troppo condannare, l'alcolismo di molti di loro ma addirittura cercava di aiutarli a fuggire i rigori della legge quando fabbricavano la loro droga, con gli alambicchi. Ma certo, il Concilio. Certo, il Sessantotto e il secondo don Dante. Che però era intimamente legato al primo per questa sua sensibilità, che aveva sempre costituito il suo marchio: la scelta per i poveri, per la gente semplice comunque. Un approccio diverso dalla Chiesa ufficiale.


Con il Concilio don Dante aveva avuto dal suo vescovo, il liberal Alessandro Maria Gottardi, l'incarico di lavorare all'applicazione della riforma liturgica. Portava in giro cioè il Concilio stesso e gli piaceva, da vecchio, raccontare che un certo parroco di campagna di fronte al suo impeto rinnovatore (che era l'impeto del Concilio) gli aveva detto più o meno che «vengono a cambiarci la religione adesso». E lui aveva risposto: «Certo, la religione cambia, ma non cambia la fede».


Don Dante Clauser era stato profondamente cambiato dallo scoppio del nuovo umanesimo insito nei lavori conciliari ma solo perché il terreno della sua anima era perfettamente aperto a quel nuovo annuncio. «Il clamore del Vangelo dei poveri» come ricordano i suoi collaboratori del Punto d'Incontro, oggi. Il '68 aggiunse qualcosa, forse nemmeno troppo (se non una certa notorietà e la stampa di un certo santino, di sinistra): la giustizia che doveva essere anche sociale, la necessità della gente di lottare anche per risalire la china dei bisogni.


La bufera del Concilio lo spinse verso scelte radicali. Tanto che, dopo la parrocchia di S. Pietro, aveva deciso di farsi barbone, era stato a Torino e si era messo sulla strada. E qui don Dante si era dimostrato uomo, fino in fondo. Non era riuscito a essere barbone. Non ne aveva avuto il completo coraggio o, probabilmente, non era fatto per quello e quella non era la sua via. Ne era rimasto scosso e si autocriticava: «Una cosa fasulla - dirà poi - perché io alla sera la minestra e il letto ce l'avevo». Una sconfitta, sicuro. E al ritorno la scelta di attestarsi in una sorta di seconda trincea. Che fu il Punto d'Incontro. Amava questa sua creatura ma era un cruccio per lui aver abbandonato la prima trincea. Anche se era diventato, comunque e a tutti gli effetti, al di fuori delle icone e dei santini, il prete degli ultimi.


Ti abbiamo voluto bene in tanti don Dante. Ci mancherai.