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TERAMO. Le mani quasi congelate, l'occhio preoccupato ai pendii circostanti con il terrore di altre valanghe, la neve sempre più compatta che copre e protegge tutto: la valle ghiacciata del Rolwaling proteggerà anche i corpi di Marco Di Marcello, Markus Kirchler e Padam Tamang, che resteranno a lungo impossibili da raggiungere, sempre che fossero individuati sotto metri e metri di ghiaccio. Le speranze di ritrovarli sono definitivamente svanite al tramonto di un altro giorno vissuto dagli sherpa nepalesi tra sforzi ed emozioni, in una lotta impari contro le forze della natura, che lassù sono completamente diverse che altrove.
Ha alzato bandiera bianca anche Tenjing Phurba, il capo spedizione che in quest'angolo di Himalaya lascia altri due fratelli come Marco e Padam, dopo aver recuperato e pianto Paolo Cocco, il fotografo 41enne di Fara San Martino, il primo dei dispersi italiani ritrovato a poche ore dal tragico incidente del 3 novembre scorso. Phurba ha dato l'anima, aiutato anche dall'intera comunità locale e da un drappello di soldati dell'esercito nepalese, poco attrezzati, ma animati da un anelito di solidarietà inimmaginabile. La spedizione di Phurba, la Dolma Khang 2025, è stata decimata da una valanga che l'ha portata via assieme a un intero pendio dove la squadra di scalatori si stava acclimatando, in salita, oltre i 5.700 metri. L'ha trascinata giù per oltre 300 metri, dicono i soccorritori attraverso le parole di Davide Peluzzi, himalaysta teramano che tra quelle montagne, proprio assieme al biologo teramano di 37 anni Marco Di Marcello e a Paolo Cocco, aveva costruito la ferrata più alta del mondo.
Proprio Peluzzi ha avuto il difficile compito di stare accanto alla famiglia di Marco, il papà Francesco, poliziotto in pensione, la mamma Antonietta, la sorella Giorgia e il fratello Gianni, ma soprattutto alla moglie Marzia, anche se a distanza, perché lei vive in Canada, a Calgary, dove Marco Di Marcello si era stabilito e lavorava. La spinta emotiva degli sherpa però non può nulla contro le condizioni meteorologiche e la compattezza della neve e non si può assolutamente rischiare di più e mettere in pericolo altre vite.
Una decisione presa a malincuore, la stessa presa nei giorni precedenti dalle squadre tecniche, intervenute con attrezzature di ricerca in profondità, tra cui gli esperti italiani Manuel Munari, capo di Avia Mea, istruttore pilota, e Michele Cucchi, guida alpina e soccorritore. "Sull'Himalaya il silenzio si fonde con il Cielo e l'Anima diventa Eterna - ha scritto Peluzzi per salutare due amici fraterni -. Un'amicizia come Luce: ora quella Luce non si è spenta, ma vive nel Vento, nella Neve, nelle Rocce che raccontano agli Dèi la Forza di un umile uomo".
(foto Ansa / Nepal Army)


